Riti e credenze nella tradizione popolare sarda

Still-Life with a Skull – Philippe de Champaigne

 Narrano alcuni storici, tra i quali possono essere annoverati Timeo di Taormina e Clitarco, di un’usanza diffusa in Sardegna prima della nascita di Cristo che, nella prospettiva attuale, non esiteremmo a definire agghiacciante. Secondo alcune testimonianze scritte, infatti, presso i Sardi, popolo che si insediò nell’isola durante l’età del rame e che si fuse coi diversi dominatori successivi, era praticato il parricidio. Questa terribile usanza, certamente carica di significati rituali (si pensi alla morte del re dell’anno a scapito del nuovo re), sotto alcuni aspetti trovava giustificazione nell’impossibilità di prendersi cura di un indigente a causa delle difficili condizioni di vita.

Con il passare dei secoli, a causa di una cattiva gestione del territorio considerato dai diversi conquistatori come una terra di confine, le asperità non accennarono a diminuire. Chiusi in un ambiente che spesso non restituiva quanto donatogli sotto forma di sforzo, soprattutto in alcune zone dell’isola si perpetuò l’usanza di donare una dolce morte a chi ne avesse bisogno.

È molto importante sottolineare che la decisione veniva presa dalla famiglia e non dai diretti interessati che, spesso, non erano in grado di opporsi. La figura incaricata dalla società era chiamata l’Accabadora. È incerta l’origine del termine ma ancora oggi radici di questa usanza si ritrovano in proverbi e modi di dire del vernacolo. Il compito ingrato era svolto quasi sempre da donne che, con metodi tramandati oralmente, imparavano, sin da piccole, a cullare i prescelti verso l’ultimo porto.

Questo, e molto altro, quanto descritto da Maria Antonella Arras nel libro “Accabadora e la sacralità del femminino”, edito da Ananke. Grazie all’unione calibrata di racconti e analisi antropologica, l’autrice riesce a creare un volume che potrebbe essere definito orale. Orale perché raccontato, vissuto, come le storie raccontate intorno al camino, che spesso vengono citate nelle pagine del libro. Il lavoro dell’autrice non si ferma all’aneddotica ma, anzi, è approfondito da ricerche dettagliate sull’argomento, comprendenti diverse testimonianze. È facile perdersi tra usanze ormai in disuso specie se così ben descritte e, in alcuni momenti, è impossibile non pensare alle polemiche che, da anni, accompagnano il dibattito in merito al suicidio assistito. L’autrice non si schiera, mantenendo sempre un composito distacco da cui, però, traspare un immenso rispetto per le figure descritte. Figure che dovevano compiere il loro dovere, per quanto tremendo, per il bene della società e che, proprio a causa di questo, per uno strano gioco del destino, probabilmente morivano sole.

Roberto Cera

27 ottobre 2012

Voto: 7,5

Positivo: Piacevole, discorsivo, non accademico ma nemmeno superficiale

Negativo: Forse un po’ ridotta la bibliografie e le note a causa della forma divulgativa del testo