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Assassinio sul Nilo (andato in scena al Teatro Sociale di Stradella giovedì 7 aprile) è uno dei grandi classici della giallista inglese Agatha ChristieLa trama la conosciamo tutti: su una lussuosa nave da crociera che naviga lungo il fiume egiziano si incontrano alcuni personaggi provenienti da mondi diversi. Tra questi c’è Kay (Claudia Crisafio), ricca ereditiera che ha recentemente sposato Simon (Sebastiano Colla), affascinante ma senza un quattrino. La coppia è accompagnata dalla cameriera Louise (Annalisa Di Nola) e pedinata dall’ex fidanzata di Simon, Jacqueline (Elisa Di Eusanio), tutt’altro che rassegnata all’abbandono da parte del suo amato. Completano il carnevale umano altri ospiti più o meno pittoreschi, come l’anziana e snob signorina Van Schuyle (Viviana Toniolo) che viaggia con sua nipote Christine (Viviana Picariello), il religioso Pennefather (Carlo Lizzani), tutore di Kay, il dottor Bessner (Roberto Della Casa) e l’eccentrico Smith (Stefano Messina), di idee socialiste ma di nobili natali.

Come sempre accade nelle commedie umane che poggiano sul perbenismo d’antan, la patina di impeccabilità e buon gusto è del tutto superficiale e nasconde molti segreti loschi.

In effetti, se i primi giorni di crociera sembrano uno spaccato di Dolce Vita riservato ai membri dell’alta società, il dramma è in agguato e si svela quando la giovane Kay viene ritrovata morta nel suo letto, uccisa da un proiettile misterioso.

Un testo come Omicidio sul Nilo è sicuramente più tagliato per il cinema che per il teatro. Il regista Stefano Messina ci mette del suo per rendere l’effetto grande schermo (i titoli iniziali e quelli di coda, le proiezioni che scandiscono le fasi della navigazione…) ma resta il fatto che “costringere” la trama nell’unico spazio del salone comune, ottimamente allestito sul palco, non gioca a favore del suo svolgimento.

Gli attori sono tutti molto professionali nell’incarnare i loro personaggi ma, forse nel tentativo di andare incontro al grande pubblico, più avvezzo ai prodotti televisivi che a quelli teatrali, colorano con qualche tinta di troppo i loro personaggi. Ne è un esempio lo stravagante Smith, interpretato dallo stesso regista, che diventa una macchietta a furia di intonare in modo stonato alcuni motivetti rivoluzionari.

Se tra cast e regia si fa tutto senza strafare, c’è invece da tributare un plauso ai costumi d’epoca di Isabella Rizza e alle scenografie di Alessandro Chiti, che basterebbero da sole a riportarci all’atmosfera retrò di cui è permeato il romanzo. Spettacolo piacevole ma non indimenticabile.

Marco Ragni