Ballata di uomini e cani Paolini

Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, sabato 1o gennaio 2015

Siamo alla fine del XIX secolo e l’America è travolta dalla Febbre dell’Oro. Più precisamente ci troviamo nel Grande Nord, nei luoghi cari a Jack London, i territori freddi e inospitali che costeggiano il fiume Yukon.

Nella penombra di un palco allestito con elementi industriali, accompagnato dalle note del trio formato da Lorenzo Monguzzi (chitarra e voce), Angelo Baselli (clarinetto) e Gianluca Casadei (fisarmonica), Marco Paolini mette il suo talento narrativo e interpretativo al servizio di tre racconti presi dal repertorio dello scrittore americano. L’unico comune denominatore dei titoli scelti, la presenza di protagonisti canini al fianco di quelli umani, spiega da solo il titolo dello spettacolo: Ballata di uomini e cani.

Tre brani di uguale ambientazione ma dal tono ben diverso. Si parte con Macchia, il racconto umoristico di un cane del quale è impossibile sbarazzarsi, e si prosegue con Bastardo, assai più feroce, che descrive il forte legame d’odio tra uno schiavo (il cane) e il suo padrone, con tutti i sottintesi della lotta di classe.

Chiude il trittico narrativo il racconto Preparare il fuoco, tragica storia di un avventuriero inesperto e della sua morte, e degli ultimi momenti di vita in compagnia del suo siberian husky.

Come sempre Paolini è in grado di confrontarsi con qualunque argomento senza correre il rischio di annoiare il pubblico. Cantastorie di razza, capace di farsi largo tra sbavature e piccoli lapsus senza darlo troppo a vedere, il Nostro rende omogeneo il tessuto drammaturgico, incastrando perfettamente tre pezzi indipendenti all’interno di un ideale contenitore fatto di musica, canzoni e brevi aneddoti.

Del Paolini classico ci sono il gusto per la divagazione e le contaminazioni dialettali ma, rispetto ad altri spettacoli, sembrano assenti i temi civili. Questi ultimi si ritrovano solo nelle battute finali, dopo la chiusura ideale della tripletta londoniana che lascia spazio a una storia “fuori programma”, dedicato alla triste vicenda di un immigrato afgano.

Cent’anni dopo la“corsa all’oro”, la fortuna la si cerca in Italia e, come nel Grande Nord, le speranze possono trovare una fine tragica, magari con la morte del disperato protagonista su una strada dalle parti di Mestre.

È un extra sicuramente rischioso che potrebbe sfociare nella forzatura ma che Paolini è bravo a ricondurre nelle tracce dello spettacolo. A quel punto la canzone in dialetto brianzolo che Monguzzi regala come sigla di chiusura non fa altro che accompagnare le emozioni degli spettatori.

Marco Ragni

13 gennaio 2015