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C’è una Sardegna dell’interno, che non viene presa particolarmente di mira nei caldi mesi estivi. Bitti è uno dei paesi più autentici e rappresentativi dell’ “altra Sardegna”: quella meno battuta dal turismo di massa, amata da intellettuali, viaggiatori d’epoca e turisti sofisticati, che non temono di spingersi verso un entroterra che dista appena 25 minuti da alcune delle spiagge più belle della provincia di Nuoro.

Bitti è conosciuta soprattutto per il canto a Tenore, patrimonio intangibile dell’umanità per l’UNESCO, a cui è dedicato l’omonimo museo multimediale, e il sito archeologico di Romanzesu, un santuario di epoca nuragica immerso in un querceto mistico e suggestivo: ma il visitatore attento, potrà scoprire ben altre attrazioni.

Una delle mete più suggestive è sicuramente il Santuario dell’Annunziata. A colpo d’occhio, penserete di avere davanti un borgo dimenticato: si tratta invece di un luogo di accoglienza e devozione, fatto di un manipolo di casette bianche pressoché uguali, costruite attorno alla piazza e alla chiesa dello stesso colore, e adagiate in una bellissima vallata vicino al Comune di Lodè.

Nonostante sia distante ben 35 km, il Santuario “appartiene” alla parrocchia di Bitti ma, naturalmente, è un luogo considerato sacro dagli abitanti di Lodè e di tutto il circondario. Le casette, o meglio le cumbessias, sono gestite da un gruppo di bittesi che, nel mese di maggio, le assegnano ai vari pellegrini desiderosi di staccare la spina, per nove giorni di totale pace e armonia in un posto sospeso nel tempo.

Costruita nel 1500 come enclave di pace, il Papa qualche secolo dopo vi concesse il diritto d’asilo e immunitàai ricercati della giustizia  che vi venivano ospitati. Nel mese di maggio, decine di bittesi si muovono in pellegrinaggio: chi a piedi e chi a cavallo.

Il percorso è lungo circa 20 km e non si presenta particolarmente difficile, per quanto i tempi di percorrenza varino da gruppo a gruppo: una passeggiata bellissima di 20 km su un altopiano immersi nella natura. Anni fa, quando non c’erano cellulari a disposizione, i pellegrini si ricongiungeva con la civiltà solo dopo ore di cammino, una volta arrivati alla colonia penale di Mamone, dove si trovava l’unico telefono nel raggio di 30 km.

Durante questa camminata, si incontrano le tracce delle antiche leggende locali. Si tramanda da secoli la storia del litigio di tre Madonne sorelle, e del fatto che si fossero andate a rifugiare in tre luoghi particolarmente distanti, affinché non si potessero vedere mai più. E così durante il percorso, i resti delle fontane, saggiamente collocate lungo il percorso per dissetare pellegrini e cavalieri, e le pietre, levigate dal vento e dalle mani dei pellegrini, diventano oggetto di devozione e mito. Si dice, infatti, che le pietre siano servite per il riposo della Madonna dell’Annunziata in fuga dalle sorelle.

Leggenda e pace, in una vallata tutta da scoprire. A poca distanza, infatti, ci sono interessantissimi percorsi naturalistici, una mecca per gli appassionati di botanica. Il Parco Regionale di Tepilora, in fase di istituzione, è un’oasi di protezione faunistica e botanica che dalla “montagna” di Bitti, arriva fino al mare di Posada: 6 mila ettari profumati dal corbezzolo, leccio, erica e ginepro dove non è difficile incontrare mufloni, cinghiali, daini e i particolarissimi gatti e lepre sardi. Cascate d’acqua pura e fresca, greggi che pascolano placide e una sensazione di benessere per corpo e anima, a due passi dal mare più blu del Mediterraneo.

Fonte: Giusi – http://www.genteinviaggio.it (Creative Commons)

18 agosto 2014