“al tuo riparo non ci sono disinganni”

“L’unico modo per capire Buenos Aires è spiare dal buco della serratura – sostiene, in maniera del tutto condivisibile, lo scrittore Massimo Carlotto – La facciata è giusto una truffa per i turisti di passaggio”.
In effetti la Capitale Argentina è una città dalle molte facce, non facile da decifrare ma capace di colpire in modo viscerale. Così il viaggiatore che vi si avvicina senza pregiudizi può specchiarsi nei suoi infiniti aspetti e perdercisi, come nei labirinti di Borges.
Visitatela tra novembre e dicembre, come è capitato a noi, e vi sedurrà con la sua estate capovolta. Una magia australe che tutti conosciamo ma che si comprende solo quando la si tocca con mano. O meglio, quando la si annusa. Si, perché è l’olfatto a intuire le stagioni e quando l’odore di tiglio è nell’aria la primavera non può nascondersi, nemmeno se è l’undicesimo mese dell’anno.
Rispetto all’Italia è quasi dall’altra parte del mondo ma girando per le sue strade non lo si direbbe. L’idioma suona famigliare e comprensibile, anche per chi non ha mai imparato lo spagnolo, i cognomi si mimetizzano con quelli della nostra penisola e persino il senso civico è – ahimè – piuttosto simile a quello italico. Provate ad attraversare sulle strisce pedonali senza dare la precedenza alle macchine e metterete a repentaglio la vostra stessa vita.
Non è una Città d’Arte è perciò il suo fascino è più discreto e va ricercato tra i negozi di antiquariato di San Telmo o nei caotici colori di Caminito, nei parchi di Palermo o nell’asettica presenza di Puerto Madero. Oppure, se la stagione è giusta, ascoltate la canzone celeste dei jacaranda, che in tarda primavera nevicano petali azzurri sulle strade, o quella infuocata del seibo, il fiore nazionale dell’Argentina.
La faccia sporca di Buenos Aires è quella della miseria, che ha la sua espressione più insolente nella Villa 31, baraccopoli centralissima che tracima l’incubo della povertà dalle zone periferiche, fin dentro la Capitale, a pochi passi dal Barrio di Retiro.
E poi ci sono le ombre del passato che sbucano fuori dagli anni insanguinati di Videla. Si chiamano Falkland (ma da quelle parti saranno sempre Malvinas) e ricordano una piccola guerra insensata, e ancora di più Desaparecidos, dalle migliaia di fantasmi che aleggiano per la metropoli.
Quest’ultimo sfregio è forse una delle caratteristiche più significative di Buenos Aires che, come la lontana Berlino, si porta addosso cicatrici e colpe con una schietta dignità. Così com’è composta l’infinita protesta delle Madri di Plaza de Mayo, la memoria di chi non rinuncia a tramandare ciò che è stato, il frastuono silente delle storie incompiute…

Voto 9

Positivo: E’ una città con carattere
Negativo: Il suo fascino può sfuggire a chi vuole fare il semplice turista

Marco Ragni

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