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In “Come la penso” (edizioni Chiarelettere), Andrea Camilleri, uno dei più prolifici e popolari scrittori italiani, raduna e divide in autobiografici, storici e saggistici, ricordi e scritti sparsi, in cui parla, con grande schiettezza e soprattutto, di se stesso e della Sicilia. Comincia col precisare che l’uomo è generatore di cultura, e di essa si ciba, perciò per superare i tempi di carestia che lo indeboliscono deve inventare nuove forme di scrittura, per sé, per gli altri e per le prossime generazioni, per preservare la cultura che ormai si perde fra le incalzanti ondate della nuova tecnologia. Camilleri racconta le sue vicende di allievo-regista dell’Accademia d’Arte Drammatica, parla dei suoi compagni di corso, dei rapporti con gli insegnanti, della tuta marrone da lavoro indossata anche extra-lavoro perché gli faceva sentire più vicino il legame ideologico con la classe operaia; parla di Piazza del Popolo e del bar Luxor, luogo d’incontro di tutta l’intellighenzia della città, delle scene girate, una volta diventato regista, sul Tevere, mentre i colori di Roma mutavano a seconda dell’umore di chi li osservava. I ricordi giovanili conducono alla bottega del barbiere don Nonò, dove i giovani esternavano l’ansia del “non spuntar del pelo”, dove spesso si ascoltavano le melodie folk della chitarra e del mandolino e, a fine anno, aleggiava la curiosa attesa del calendario con foto osé dato in omaggio ai clienti. Si narra di un paese dell’agrigentino i cui desideri ed emozioni vengono stroncati dall’arrivo della guerra, camuffata dai gerarchi fascisti con l’esecuzione di inni patriottici. Camilleri racconta la sua passione per il cinema, per i film italiani del periodo fascista, che a causa della propaganda soppiantavano quelli americani, per il jazz e il cabaret, il neorealismo, il sessantotto, la televisione. In una Sicilia di così straordinaria diversità di pensiero e modi di vivere, esiste per lo scrittore una continua prismatica ricchezza, sovente fonte di conflitto a volte costruttivo. Descrive i siciliani come un vulcano di propositi ed azioni, parla di Leonardo Sciascia, della sua opera e del controverso ed intenso rapporto che aveva con lui. Al termine di un’analisi storica ammette che i siciliani, dopo i fallimenti dei moti rivoluzionari e i tradimenti del Risorgimento, pur accettando l’annessione al Regno d’Italia, ma non intendendo rinunciare all’autogoverno, cadono vittime di un’autonomia di pessima conduzione. L’Europa, sostiene Camilleri, non dovrebbe rimanere quella consegnata dal fallimento della Grecia, perciò augura ai suoi nipoti la costruzione di una nazione ideale, modellata sulla solidarietà e sulla collaborazione. Prevale nello scrittore un’estesa cultura umanista, che tenta di unificare, come nei tempi antichi, a quella scientifica di Werner Karl Heisenberg. L’autore fa poi un’acuta disamina sulla produzione letteraria dei gialli nel mondo. Esprime inoltre le sue idee sulla giustizia, scandaglia i pensieri di chi l’attua e di chi l’auspica, parla del suo dialogo con il magistrato Caponnetto, partecipa a fondare valori nobili, interpreta pregi e difetti della società, critica coscientemente chi rigidamente scheda tutto. Del periodo rappresentato da Luigi Pirandello e le sue opere Camilleri osserva autori, attori, critici, e spettatori, e riporta le recensioni negative di Antonio Gramsci sull’Avanti. Riguardo l’attuale e deludente scenario politico denuncia la disonestà di Berlusconi, sorprendendosi più che altro del rimando collettivo (berlusconismo) della medesima immoralità Mentre nella comunità europea viene approvato l’obbligo di tradurre gli interventi in Inglese, Francese e Tedesco e (senza che i rappresentanti dell’Italia si scompongano) non in Italiano, Camilleri riafferma che il verbum, parola per eccellenza, determina il modo di essere di soggetto, spazio ed azione, del ‘fu’ e del ‘sarà’ che indicano passato e futuro mediato dal nostro esistere nel presente, dei vantaggi del concedere al tempo psicologico una prerogativa duttile , che a seconda dell’intensità dei sentimenti possa estendersi o ridursi. Entra inoltre nell’interpretazione del linguaggio ‘criminale’ e della dirigenza mafiosa (“prima si spara e poi si discute” o “prima si discute e poi si spara”), compito assolto con la finta religiosità che solo pochi preti contrastano. Parla poi del pentitismo, rimprovera lo Stato che oltre a perdonare scende a compromessi, nota quanto la criminalità sia in fondo produttiva ed abbia fra i suoi beneficiari poliziotti, criminologi, avvocati e consulenti, mentre il Governo, anziché ben amministrare la cosa pubblica, accumula ambiguità. ”Io ero comunista” è la frase datata che prende senso nella sua appartenenza generazionale e che, d’ogni tanto e quasi a sorpresa, compare fra le pagine. Gustose ed eloquenti le “Cinque favole politicamente scorrette” che concludono il libro, l’ultima che mostra un arcobaleno segnare “a furor di popolo la fine del Cavaliere.”

Mila Baiguera

15 aprile 2014