FormatFactory_DSC9738-phMarinaAlessi

Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia mercoledì 2 dicembre 2015

Due personaggi femminili (Maria Grazia Sughi ed Eleonora Giua), un appartamento, un lungo dialogo interrotto solo dai cambi di luce che scandiscono lo scorrere del tempo.

Due donne che ballano avrebbe tutti gli ingredienti giusti per narrare un grande dramma dei nostri tempi, quello della solitudine e dei suoi mille volti, spesso sono tanto diversi da non essere riconoscibili, nemmeno quando si trovano a diretto confronto tra loro.

Il sipario si apre su un rapporto conflittuale che si muove principalmente sull’asse generazionale. Una delle protagoniste è un’anziana che vive sola, collezionando ricordi in forma di vecchi giornaletti per ragazzi. L’altra è un’insegnante con poco lavoro, che deve arrotondare facendo la badante. Quest’ultima ha alle spalle un passato drammatico che verrà svelato strada facendo.

Le due si sopportano a malapena e ogni battuta è un pretesto per accentuare il contrasto, almeno finché in ghiaccio non inizia a sciogliersi, scaldato da piccoli gesti di gentilezza da parte di entrambe.

Come si diceva, le premesse per parlare dell’emarginazione e per esplorarne uno spaccato ci sarebbero tutti ma queste vengono più volte tradite fino ad essere vanificate.

Se la scena, fissa sull’appartamento spoglio, è la cornice ideale per raccontare l’infelicità che è propria di molte vite, l’intero dialogo annega in un inspiegabile turpiloquio che ha ben poco di realistico e che pare cercare risate – che spesso trova – dove non sembrano assolutamente necessarie.

C’è poi un reiterarsi degli stessi temi che soffre le poche evoluzioni e che viene portato aventi per un’ora e mezza, con ritmo stanco e poco coinvolgente. Anche il finale risulta discutibile da molti punti di vista, nel suo lanciare un messaggio di resa tutt’altro che auspicabile. Occasione sprecata.

Marco Ragni