In una notte d’inverno Giuseppe, un bambino di otto anni, aspetta, seduto sul gradino di casa, il ritorno della madre. L’attesa durerà dieci ore, la madre non rincaserà, o meglio tornerà per poi sparire definitivamente. Questo evento segnerà tutta la vita del protagonista, internato otto anni più tardi in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario per un reato del quale è stato giudicato incapace d’intendere e volere. In realtà egli non ricorda pressoché nulla. Ogni anno, in una dependance predisposta nel parco dell’ospedale, i medici gli fanno rivivere la fatidica notte con l’intento di scardinare gli elementi della memoria sepolti sotto il trauma. Per ognuna delle dieci tavole del test di Rorschach che gli vengono sottoposte a esercizio di memoria, c’è una diversa interpretazione, per ogni ora d’attesa viene immaginato un motivo, una madre che espone la sua ragione. Nella notte sfilano dieci voci di donna, ognuna accompagnata da un diavolo che reca una versione dell’abbandono, in una processione intercalata ai sentimenti del paziente rimasti bambini, ancora in lancinante attesa, e agli obbligatori conti che l’adulto di 42 anni fa con la manutenzione della sua ferita. Una ferita narcisistica purtroppo abbastanza comune, e forse la più terribile se inferta dal nodo genitoriale. In questa specie di sacra rappresentazione Giuseppe ricostruisce l’origine delle sue ossessioni, unendo i tasselli del puzzle dei suoi ultimi 30 anni per arrivare ad una verità ‘possibile’. Tutto infatti va preso con beneficio d’inventario, a chi legge è rimandato decidere quale teatro di ombre stia andando in scena, quanto di ciò che viene descritto sia veramente accaduto.

Questa lettura che non usa compromessi, non è adatta a tutti. Non esiste un lettore ideale di Carrino, piuttosto un lettore che cocciutamente lo sceglie e lo segue. ‘Esercizi sulla madre’ prende spunto da un episodio del precedente ‘Pozzoromolo”, il momento, cioè, in cui Gioia ricorda la diserzione della madre. Questo libro, in cui Giuseppe è il lato maschile di Gioia, è la parte di una trilogia non dichiarata che tratta l’abbandono (‘Pozzoromolo’ lavorava sull’addio rielaborato nel corso degli anni; il terzo libro, in embrione, si occuperà del comportarsi paterno in relazione al figlio). Non è facile orientarsi nella mente di Giuseppe/Gioia e scoprire gli avvenimenti del passato. Il linguaggio della follia è un luogo ‘altro’, che si palesa immediato, esagerato, modulato da emozioni senza filtro, nell’associazione inconsueta di parole che creano un’insolita percezione. Ascoltare la ‘pazzia’ è l’occasione di incontrare una forma di autenticità umana che comunque ci appartiene, un ultrasuono forse più prossimo al silenzio, ma di cui è innegabile la presenza.

La struttura del romanzo è concepita secondo un preciso schema logico, una scaletta preordinata dove l’aritmetica della vita incontra la letteratura ed abbondano le simbologie numeriche. Le tavole di Rorschach sono qui l’organizzazione strutturante, all’apparenza casuali macchie d’inchiostro che disvelano però, a partire dalla loro simmetria, del metodo. Gli psicotici hanno rigore nel pensiero, molto in loro funziona secondo le regole di un sistema di riferimento esatto, scientifico, e ciò che ai ‘sani’ risulta incomprensibile, per la mente di uno squilibrato ha scheletro e ragion d’essere.

Fino all’ultimo Giuseppe tende ad aggrapparsi alle proprie amnesie e a preservare una peculiare visione dei fatti accaduti, abitudine questa riscontrabile anche nelle persone ‘normali’, fra cui ricorre la rimozione dei ricordi, delle sofferenze e dei sensi di colpa. Pochi hanno il coraggio di affrontare sé stessi, tanti preferiscono ingannare le proprie angosce sottraendo, sostituendo e occultando. È difficile fare un’analisi delle proprie azioni senza giustificarsi o colpevolizzarsi, e il senso di colpa viene spesso superato con l’aggressività verso sé e/o gli altri, o con la depressione più acuta, con il perdersi in tutte le viuzze del proprio labirinto esperienziale. Non c’entra la morale, è una questione di autenticità. Paradossalmente, chi vive una condizione di disagio psichico, dovendo rapportarsi ogni giorno con quello che è, ciò che fa e soprattutto con quello che non è in grado di fare, è più vicino al vero sé, alla propria verità.

Altro tema-cardine è la figura materna, definita “la più bella forma d’assenza”. La madre, archetipo di varie letterature, è il nostro primo legame col mondo, prima del mondo. E’ impensabile che una madre non ci ami, e quando è così o quand’anche si rivelasse responsabile di atti efferati, rimarrebbe comunque, seppur malato, un tipo d’amore ferocemente innocente a segnare il cammino emozionale e relazionale col resto del mondo. Qui il complesso edipico diventa un complesso di Elettra rovesciato, la madre, cioè, viene considerata dalla prospettiva del figlio maschio; narrativamente è Giuseppe che pensa e ricostruisce, ma la scrittura è femminile, e i piani si confondono, così fra il figlio e chi l’ha generato vige una complessa rifrazione d’identità.

Del linguaggio sicuramente originale di questo testo suonano efficaci la commistione fra parlato e dialetto e le precise citazioni televisive d’epoca, eredità d’infanzia dei quarantenni, a richiamo forse di una perduta spensieratezza di messaggi leggeri e facili. L’esperimento di scrittura monologante e teatrale, è dotato di una prosa ricca, carica, piena di paradossi e contraddizioni emotive, e, come gioco di variazioni, fa eco agli ‘Esercizi di stile’ di Queneau che cambiavano di forma, mentre qui di sostanza.

Perdisa Pop è l’editore che ha pubblicato questo romanzo disturbante. L. R. Carrino ringrazia e dedica apertamente il libro, fra gli altri, agli autori “che cercano nuovi modi di raccontare, nonostante.”

Mila Baiguera

28 marzo 2013