Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia, venerdì 19 gennaio 2018

Caposaldo del Teatro dell’Assurdo e della produzione di Samuel Beckett, Finale di Partita è un opera che si ispira, fin dal titolo, alla tradizione scacchistica, nel suo tentativo di evocare quel senso di desolata disperazione che contraddistingue l’ultima parte di una sfida, quando ormai le sorti sono definite e ogni ulteriore mossa è vana.

La scacchiera scelta dal regista Andrea Baracco ha l’aspetto di una fabbrica abbandonata, o forse di un rifugio antiatomico. Non ci sono mobili ma solo pareti coperte da ruggine e muffa. Le finestre sono collocate in alto, raggiungibili solo da una scala, e gli unici oggetti di arredamento sono due casse che contengono i corpi nudi e mutilati di Nagg e Nell (Mauro Mandolini e Elisa di Eusanio) e la sedia a rotelle/trono di Hamm (Glauco Mauri), un re cieco e malandato ma incapace di accettare la resa. L’altro pezzo sulla scacchiera è il pedone Clov (Roberto Sturno), servitore di Hamm che, a differenza del padrone, non può stare seduto. Non esiste altro se non il loro dualismo, perché all’esterno il mondo è un nulla grigio, senza speranza di riscatto.

Nella stasi ripetitiva della stanza, i due personaggi trascorrono i loro giorni in un equilibrio costantemente precario, ma che sembra non spazzarsi mai.

Clov è sempre in procinto di andarsene, lasciando quel ruolo che lo espone a costanti maltrattamenti, mentre Hamm lo invita ripetutamente a lasciarlo, ma ogni volta nasce un pretesto perché la separazione non avvenga.

Si assiste quindi a un contino bilnciamento tra la totale assenza di un significato e le costanti aspettative di una rivalsa che dia senso alla vita stessa e al futuro da lasciare ai posteri.

Baracco è un regista attento a governare questa umanità fantasma e riesce a renderla oltremodo alienante e oscura, in uno spettacolo che incide e fa soffrire.