StateLibQld_1_396237_Relaxing_beside_Flat_Rock_Creek,_Currumbin,_ca._1926 1“Geologia di un padre”, nuova proposta narrativa di Valerio Magrelli edita da Einaudi, è un lavoro di cucitura di frammenti di memoria, di appunti e note, sospesi e macerati nel corso di 10 anni ed assemblati da un figlio nel ricordo del proprio padre. La ‘geologia’ del titolo raggruppa vari significati: il continuo rimando alla terra (anche quella della sepoltura tombale, contrapposta allo spargimento delle ceneri in mare); il percorso di assenza e ricostruzione della figura paterna che avviene a strati, scavi e carotaggi, a volte decisi, altre volte delicatissimi; l’effettiva distanza geologica tra i protagonisti, in quanto appartenenti a due generazioni agli antipodi.

Si sente nella prosa (approccio di scrittura più frontale) il linguaggio di Magrelli poeta, e da ciò risalta uno stile di raccontare ‘anfibio’, una trasfusione continua tra i due canoni, spesso conditi da un ottimo registro satirico.

Il libro si sviluppa in 83 (numero dell’età del padre alla sua morte) capitoli che compongono un insolito documento, dove, pur nell’ambito di un lavoro di progetto, viene lasciato nell’organizzazione del testo qualcosa di casuale; così dall’importanza dei dettagli emergono inserimenti atipici, stralci del passato, spezzoni di Wikipedia e di giornale, a formare un intreccio di esperienze e riverberi di una vita curiosa. Simile ad una vocale instabile che può o non può essere pronunciata, Giacinto Magrelli appare come una figura incostante, un iracondo che non sopporta gli oltraggi, infuriandosi persino quando qualcuno lo sorpassa in una fila, che impazzisce e percuote una confezione inapribile di biscottini mentre dentro di lui avviene un’altra forma di percussione, piccoli ictus, in realtà, all’origine della malattia di cui soffre (il battente battuto alla maniera del cacciatore cacciato nel mito di Atteone, secondo Giordano Bruno).valerio-magrelli-geologia-padre

Nel quadro 17 quest’uomo. solitamente estroverso. viene ricordato allo scoccare delle due di domenica pomeriggio, dopo la trasmissione radiofonica “Il Gambero”, che lo diverte e con cui interagisce, quando puntualmente tace e si inabissa, oppresso, come per maledizione, da un pomeriggio interminabile. Si parla di un essere molteplice, un ingegnere di origine contadina, un uomo dal carattere saturnino, un semidio il cui splendente furore folle si trasforma in afflizione; un padre che condivide col figlio l’amore viscerale per Borromini , che in vita sua dà al figlio, nascostosi troppo a lungo per gioco, un unico schiaffo: “Colpire l’oggetto d’amore per punirlo d’averci lasciato: colpire l’oggetto d’amore per ringraziarlo d’essere tornato.” E’ un soldato capace di grandi slanci di affetto, uno scampato, che per fuggire ai nazisti si nasconde in un ospedale fingendosi dottore e che, durante un’ispezione delle SS, alla richiesta dei libretti universitari (azzurri), mostra il suo di colore rosso e viene fortunosamente ignorato da un sergente tedesco daltonico. Argomento che appartiene e supera il libro è la differenza del rapporto genitore-figlio negli anni ’70 rispetto ad oggi, dando merito a Giacinto, generoso pleistocenico e uomo pre-freudiano, per aver spronato e stimolato Valerio, capendone le ritrosie e invitandolo a vincerle

Successivamente alla nascita del figlio, si crea tra Valerio e i suoi familiari una sorta di rapporto stereofonico: nel quadro 66 l’autore ricostruisce un pomeriggio passato con il bimbo di 5 anni e il padre di 80 malato di Parkinson che, rivali in un triangolo infelice e psicotico, si disputano la sua presenza. Da allora, spesso lasciati invece soli, trascorreranno momenti felici, uniti nell’armonia del disegnare insieme, nonno architetto e nipote futuro grafico. Con tenerezza e pena viene raccontato come da figli si diventa padri dei propri padri, nel tentativo di evolversi, forse di non passare difetti ai propri figli, per poi ritrovarsi a somigliare al modello, come se si cercasse di allontanare un’onda che riporta indietro. Un’ulteriore difficoltà esposta è il diventare orfani da adulti, l’adattarsi, cioè, all’amputazione di una parte della propria vita, tenendo presente “Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita, il padre come un filo che va sfilato.” E’ tangibile quanto nascita, sviluppo e conclusione di queste pagine siano state per l’autore dolorose e al contempo liberatorie, di certo permeate da un amore profondo, da una grande vicinanza all’interno di una legittima estraneità. Questa esperienza oscilla tra i due fuochi di un’ipotetica ellisse, da un lato “Un padre, un essere sacro, un re.” (Saul Bellow), dall’altro: “Un padre, un male necessario.” (James Joyce), mentre la vecchiaia viene racchiusa in un intollerabile iato, uno scarto che conviene superare. I disegni architettonici di Giacinto Magrelli (suo è anche lo schizzo in copertina, un Polifemo feroce che mangia gli uomini di Ulisse) iniziano questo testo ricco di elementi incongrui, le poesie hanno il compito di concluderlo.

Un libro da rileggere se lo si e già letto.

Mila Baiguera

13 maggio 2013