Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia, sabato 9 marzo 2019

Il palcoscenico sembra un cantiere, dominato da vertiginosi pannelli che si muovono secondo le esigenze di scena, aprendo nuovi spazi o – più spesso – creando gabbie, ambienti angusti e claustrofobici. È questa la cornice scelta per lo spettacolo Il costruttore Solness, che la compagnia di Umberto Orsini mette in scena insieme al Teatro Stabile dell’Umbria.

In questo allestimento, ruolo chiave è svolto dalle luci, che di volta in volta creano giochi visionari e angoscianti, in sintonia con l’ingombrante personalità del protagonista, uomo di successo che è schiavo della sua ambizione e che a quell’ambizione ha sacrificato tutto, compresa la sua famiglia.

E per un personaggio così, che Orsini stesso interpreta con grande efficacia, lo scorrere del tempo è più che mai spaventoso perché segna limiti laddove ne ce n’erano e trascina il sudario polveroso di un’abdicazione verso la generazione nuova.

Innesco della trama è la figura di Hilde Wangel – l’ottima Lucia Lavia – giovane che emerge dal passato mettendo in subbuglio l’esistenza del costruttore, nel suo essere incarnazione di quella giovinezza perduta e, contemporaneamente, oggetto di un desiderio ambiguo e impossibile.

L’ambientazione borghese resta sullo sfondo mentre il carismatico Solness di Orsini giganteggia nell’assimetria di un’attrazione intergenerazionale in cui il significato simbolico soppianta la fisicità.

Spettacolo solido che mette a nudo la drammatica (e vana) ricerca del tempo perduto e che rende tangibili i più torbidi tumulti dell’anima.

Marco Ragni