Una “sfida” straniante al capolavoro di Dostoevskij

“I fratelli Karamazov”non è esattamente un romanzo di quelli che si leggono sotto l’ombrellone. Considerata la summa della produzione di Dostoevskij, quest’opera di oltre mille pagine sviscera profonde riflessioni sulla natura umana e sui conflitti morali che la agitano.

Proporre in scena un testo di tale portata è cosa tutt’altro che semplice. Bisogna ricalibrarlo, fare delle scelte che sacrifichino delle parti a beneficio di altre.

Con il suo “Karamazov”, visto ieri sera al Teatro Fraschini di Pavia, il regista argentino César Brie decide di ridurre all’osso il libro e di affrontarlo con un approccio innovativo che ha certamente lati positivi ma anche notevoli pecche.

Su un palco essenzialmente spoglio, con una scenografia minimalista composta solo da alcune panche e da fili e appendini che si stagliano sul fondo, si muovono i protagonisti. Sono tutti scalzi, vestiti con abiti essenziali e la loro interpretazione non è quasi mai realista ma rivolta a un’estetica eccessiva, spesso comica, dove la fisicità è preponderante. Ciascuno entra ed esce da più personaggi mentre si alternano omaggi a gag del cinema muto ed evidenti richiami al teatro dei burattini. Così gli attori mutano in pupazzi o sono le bambole ad entrare in scena come esseri umani, in un gioco bizzarro che provoca un forte senso di straniamento.

Sorprende anche l’uso degli oggetti, versatili strumenti da plasmare. Tutto assume significati diversi: le uova sono simboli di nascita o di morte mentre le panche diventano banconi e si capovolgono, facendo sdraiare i personaggi per ottenere una prospettiva cinematografica dall’alto. Gli attori stessi, all’occorrenza, diventano oggetti di scena.

Gli interpreti – tutti molto giovani, fatta eccezione per il veterano Brie, che veste i panni di Fëdor Pavlovič – mostrano buone doti, risultando credibili nei diversi ruoli che si trovano a incarnare.

Il rovescio della medaglia è che un teatro tanto creativo e sperimentale può facilmente farsi sfuggire di mano il significato di un testo, specialmente quando “sfida” un mostro sacro come il capolavoro di Dostoevskij. Sul piano narrativo – non trascurabile visto l’opera di riferimento – lo spettacolo mostra molte lacune. I personaggi risultano poco approfonditi e molte trame minori restano come appese al nulla. Si assiste così, per circa due ore, a un brillante carnevale di trovate che sarebbe stato bello veder applicate a fondamenta meno confuse. Un vero peccato.

 

Marco Ragni

22 marzo 2013

Voto: 6

Positivo: molte idee brillanti ed efficaci

Negativo: a conti fatti il tutto appare troppo fine a se stesso

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