Camera_picta,_la_corte_02‘Il Nome Giusto’, edito da Ponte alle Grazie, si apre con un breve referto autoptico e con un ricordo pittorico; alla ‘Camera degli sposi’ del Mantegna (nella foto) il protagonista morente accosta l’immagine del capannello di curiosi che si chinano sul suo corpo spezzato da un incidente stradale. Da questo momento la storia viene narrata da un fantasma, intrappolato in una sorta di limbo terreno, in cui è impossibile il contatto con gli uomini ma non l’osservazione di essi. Il narratore scopre così che la sorella ha venduto in blocco la sua preziosa biblioteca al proprietario del piccolo negozio di libri usati sotto casa. Come una sorta di bibliofilo di Arcimboldo, dalla figura composta, anziché di carne ed ossa, di carta ed inchiostro, egli sente quella libreria come polo attrattivo della sua postuma esistenza, ed assiste pertanto alla lenta svendita del suo unico vero patrimonio, spiandone gli acquirenti senza potervi entrare in contatto. Ad ogni rivista rara o libro di letteratura, di critica o di arte scelto, da questi sconosciuti compratori scaturisce una piccola narrazione, illustrata da brevi ma efficaci pennellate che consentono e cuciono insieme l’affresco che ritrae la biografia del protagonista.

Il romanzo si articola in 15 capitoli, ognuno ispirato da un testo, non necessariamente significativo in sé, anzi, a volte citato comesergio-garufi-il-nome-giusto semplice innesco narrativo che rimanda alla persona che lo ha regalato o al luogo in cui è stato comprato: libri come madeleine che ricordano proustianamente un periodo della vita. Svolta radicale nella trama è il trasferimento del protagonista da Milano a Roma, per amore della donna con cui ha da pochi mesi iniziato una relazione e per seguire, al contempo, l’ambizione di diventare scrittore, sogno mai avverato a causa del suo puntuale mancare a tutti gli appuntamenti importanti. Colpisce, a proposito, la definizione di ‘figlio del Capodanno’, riferita a chi, concepito nell’allegria e nella spensieratezza di un periodo ricco di grandi aspettative, manifesta un costitutivo atteggiamento rinunciatario, e che, in una sorta di contrappasso, in modo tragico, quasi sconta quella gioia. La vocazione alla rinuncia è palese sia nel suo inconcludente excursus sentimentale, sia, forse in modo più doloroso, in campo letterario; incitato infatti dalla compagna, il protagonista scrive il suo romanzo, però poi, pur ben accolto, quando l’editor gli sottopone una serie di critiche, sembra non reggerne l’impatto. Questo, tra altri differenti fattori, problematici e concomitanti, lo spinge a desistere, revocando qualsiasi ipoteca sul proprio oggetto, in quanto “la sua rinuncia” inconsapevole, affatto comoda o redditizia “rinuncia innanzitutto a sé stessa”, e va compreso se è lui che si priva del vivere attivamente e dello scrivere, o se, in qualche modo, sono la vita e la letteratura a rifiutarlo. (L’autore di questo libro d’esordio, è un critico letterario, collaboratore di Stylos, Diario e Liberazione, e blogger indipendente di ‘La vie en beige’, e ben sa cogliere luci ed ombre, vizi e vezzi del mondo editoriale, non solo dal punto di vista economico-industriale, ma anche secondo le spaccature e le discussioni infinite che avvengono in rete.)

Emerge, inoltre, un grande amore per l’arte visiva; il narratore sembra infatti essere più sereno non tanto nell’occuparsi di libri quanto di fronte alle espressioni visive. Letteratura e arte sono due passioni che hanno significati diversi e a cui il protagonista diversamente si accosta: verso l’arte ha una propensione a-critica e meno problematica, e per lui l’arte, mai oggetto di scherno, è quasi un surrogato del trascendente, una lente attraverso cui vedere il mondo. L’intero romanzo, anche nella scrittura, sembra volutamente seguire due piani, quello tradizionale e quello sperimentale; la struttura della storia e la scrittura, spinte dalla precisa intenzione di farsi leggere, sono semplici e, in simultanea, nello stile piano e fluido, si assestano termini non sempre semplici, dettati in parte da economie espressive (ad esempio, ‘ialino’: sia vetroso che trasparente) ma anche da chiare manifestazioni di un lato inventivo. ‘Il nome giusto’ è un inventario, un catalogo di letture, amori, arte, amicizia, disposizioni d’animo, dove, mentre il protagonista si muove entrando ed uscendo da uno stato di vita a uno di non-vita e viceversa, l’autore sembra fare lo stesso, impersonando su un doppio piano il ruolo di lettore e di narratore. Tema dominante tutto l’arco del romanzo è il difficile rapporto con il genere femminile e la famiglia: gli aneddoti, gli amori, le vittorie ma soprattutto le sconfitte di una persona come tante, piena di incertezze e paure, che necessita della dissoluzione metaforica del suo passato e di smantellare le proprie difese, adoperando la morte come momento di rinascita, per avere la chance di diventare davvero ‘uomo’.

Gelido ma non vuoto, come all’inizio, il libro si chiude con un rivelante processo chimico.

Mila Baiguera

29 agosto 2013