“Il piantagrane” è un romanzo fantasioso che racconta come un’influenza di ben strana natura possa rivelarsi un’arma, in un Paese che tanto somiglia all’attuale Italia. ‘Il piantagrane’ è Giovanni, un tipo mite senza grandi pretese che, appassionato del suo mestiere, lavora in un vivaio. La sua massima ambizione è vivere sereno, magari riuscendo anche a conoscere Nina, l’operatrice ecologica che passa tutti i giorni a raccogliere gli scarti del suo lavoro. Purtroppo Giovanni, vittima di un’anomalia, pericolosissima per sé stesso e per gli altri, ha il talento di ristabilire l’ordine naturale delle cose, di riportare, cioè, senno in ogni circostanza (entrato in un bar, ad esempio, il seno rifatto di una signora si sgonfia, tornando ad essere ciò che è, oppure, durante le elezioni del sindaco di un piccolo Comune, anziché uno dei candidati di due grandi schieramenti, viene eletto l’onesto e motivato rappresentante di una piccola lista civica). Quando Giovanni, prima inconsapevole, si scopre detonatore di verità e terrorista di buonsenso (dotazione votata a provocare scompiglio), vorrebbe non esserlo affatto. Infatti, appena il potere costituito si accorge della sua, ovunque destabilizzante, presenza, la vita gli viene stravolta e comincia a vedersela persino coi Servizi Segreti. In linea con la moda del dar voce a creature non umane, l’autore sceglie le piante, quelle forzatamente abbandonate, preoccupate per le sorti del loro giardiniere, e che, meglio di ogni altro essere, sanno convivere fra quel che le circonda, superiori nell’avere imparato ad accogliere gli eventi immutabili in cui tanto s’inceppa l’umanità. L’improbabile custode mandato in soccorso al pacifico vivaista è Granchio, un personaggio memorabile che varrebbe da solo la lettura del libro; quest’implacabile guardia del corpo, una specie di sottoproletario fisicamente piccolo, compatto, forte ed esteticamente inquietante, ha col mondo un rapporto violento. Granchio è un ignorante sapiente, sottoposto a prove di sopravvivenza dalla nascita a tutti i giorni a seguire, è uno scout suburbano radicale dal grande senso pratico, oltremisura capace di risolvere (a modo suo e in base a principi di personalissima filosofia) situazioni di pressante difficoltà. Questo estremo guardiano viene variamente insignito di gustosi appellativi (la mangusta umana, lo spaventoso soldatino di scorta, il bellicoso Virgilio, l’incredibile frangiflutti, il diavolo custode, il coboldo d’acciaio…) e il suo lessico comico e colorito, “la sua lingua straniera a tutti”, è una fonte inesauribile di espressioni gergali. Ricorda, nel genere, figure uniche come Fernando, il dimesso cameriere islandese del film “Pane e tulipani”, che parla un italiano forbito e letterario, o Fermín Romero De Torres ne “L’ombra del vento”, il saggio mendicante dalla convincente parlantina ed inaspettata eleganza. La grottesca coppia, inseguita da buoni e cattivi, attraversa la storia in fuga, in attesa di qualcosa che sblocchi la situazione, mentre si consolida un’amicizia, arricchita dalle opposte diversità, e ci si avventura verso un finale imprevisto che riconduce all’inizio della storia. La coppia (di altro tipo ma presente anche nel precedente lavoro “Un calcio in bocca fa miracoli”) simboleggia l’amicizia come mezzo indispensabile per meglio affrontare l’esistenza, una duplicata gioia nella fortuna, un appiglio sicuro nelle disgrazie. Marco Presta, conduttore di successo di “Il Ruggito del Coniglio” su Radio2, in coppia (un’altra ancora!) con Antonello Dose, offre, con toni leggeri e l’uso del paradosso, una particolare visione della realtà. Mito di Presta è Ennio Flaiano (sua, in fronte pagina, la battuta: “A causa del cattivo tempo la rivoluzione è stata rimandata a data da destinarsi”) di cui l’autore ricalca la pìetas, uno sguardo sarcastico ma mai aspro, che ammette quanto i difetti degli altri siano spesso anche i nostri, quindi è inutile giudicare quando conviene invece comprendere, sperando in un rinnovamento evolutivo. Forse è una forma di religiosità credere che l’uomo sia migliore di quel che appare e che sia in grado di cambiare. Uomo da non confondere con lo ‘stronzo perfetto’, la cui descrizione, in chiara sintesi, è: “i veri appartenenti alla categoria” si riconoscono “dal fatto che non hanno mai dubbi né orrore di loro stessi, sanno conservare il rancore in eterno, sfruttano finché possono una posizione di vantaggio. (…) Il vero stronzo non può essere redento”. (In un Paese dove abbonda il materiale per la satira, non per i comici ma per i cittadini la vita si fa dura) Dissacrare, ironizzare, secondo Presta, rende più sopportabile la realtà, oltre a far parte del DNA italiano; in effetti quasi tutti i popoli occidentali hanno avuto una rivoluzione, a differenza degli italiani, che sembrano preferire altre forme ‘espressive’, la diplomazia, ad esempio, il ‘volémose bène’, la capacità di ridere di ciò che capita, che è in fondo anche una scorciatoia per l’auto-assolvimento. Prendere le distanze dal potere permette da un lato di andare avanti, dall’altro, però, rallenta, se non impedisce, il cambiamento. “Il piantagrane” descrive i tempi grotteschi mostrati quotidianamente dai media, dove si affaccia una curiosa fantascienza che abbiamo ormai accettato, un avvenuto episodio di ‘Ai Confini della Realtà’.

Mila Baiguera

28 febbraio 2013

I NOSTRI CONSIGLI