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Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia mercoledì 16 dicembre 2015

Pochi autori hanno saputo dipingere vizi e virtù della società americana con l’abilità di Arthur Miller.

Con Il Prezzo il drammaturgo statunitense aveva saputo cogliere con lucidità gli effetti della Grande Crisi del ’29, osservandola da anni di distanza per raccontarne gli effetti su una famiglia che ne fu duramente colpita.

L’opera è un sentito dramma famigliare che vede a confronto due fratelli che si ritrovano dopo una lunga separazione per sgombrare l’appartamento del loro defunto padre, un imprenditore rovinato dal crollo economico.

La messa in scena dalla compagnia Umberto Orsini con la regia di Massimo Popolizio si svolge tutta nello spazio di un palco dominato da una catasta di mobili. I teli di plastica avvolgono gli antiche pezzi di arredo che sono ricettacoli dei ricordi di una vita.

Sotto i riflettori ci sono quattro personaggi. Victor, interpretato dallo stesso Popolizio, che lavora come agente di polizia dopo aver dedicato la sua vita al padre fallito, sua moglie (Alvia Reale), scontenta e dedita all’alcol, Walter (Elia Schilton), il fratello di successo che ha saputo garantirsi una solida posizione nel campo della medicina e Gregory Solomon (Umberto Orsini), un anziano antiquario chiamato per fissare Il Prezzo dei mobili.

Si parte in sordina ma presto il ritmo dei dialoghi si fa serrato, grattando la crosta del rapporto tra i due fratelli e facendo uscire il sangue da ferite vecchie ma mai del tutto rimarginate.

La regia osserva con distacco, lasciando che siano le parole e la fisicità dei protagonisti a raccontare un piccolo dramma famigliare che non ha una vera e propria soluzione. In un gioco di continui assestamenti i personaggi perorano antiche cause, cercano alibi e sfoderano diversi punti di vista su una situazione che diventa caleidoscopica man mano che la si osserva da angolazioni diverse. Ed è così che Il Prezzo cambia di significato e passa dai mobili ai sentimenti, coincidendo con l’inestimabile valutazione delle scelte già compiute.

Un tema forte, capace di permeare fino in fondo uno spettacolo che Popolizio decide di chiudere in modo insolito, con il balletto un po’ surreale dell’insondabile antiquario. Una scelta felice che non ne vanifica il significato ma, anzi, che ne lascia intatta l’essenza, pronta a decantare.

Marco Ragni