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Le tristi vicende del nostro presente hanno riportato sotto i riflettori argomenti complessi come i fanatismi religiosi e la difficoltà di essere donna. Ecco perché, ora più che mai, è interessante assistere a uno spettacolo come Il Racconto di Chimera (in scena al Teatro Sociale di Stradella, domenica 17 gennaio) che, basandosi su un testo di Sebastiano Vassalli, mette in scena una storia antica ma tristemente attuale: un processo per stregoneria dove la vittima fu una ragazza senza colpe, se non quella di essere nata troppo bella per non essere notata.

Lucilla Giagnoni, oltre a curare il progetto e l’aspetto drammaturgico, è l’unica attrice in scena: affabulatrice di razza come poche se ne trovano, l’artista bresciana usa la forma del monologo per ricreare un epoca che dista 400 anni ma che, per molti aspetti, risulta tragicamente prossima.

Da sola, scalza, su un palco spoglio, inondata dai fasci luminosi diretti da Lucio Diana e Massimo Violato, la Giagioni racconta la storia di un’orfana – un’esposta, come si diceva ai tempi – partendo dalla nascita e arrivando alla morte prematura, sul rogo, per stregoneria.

Nel corso della narrazione l’attrice si trasforma, interpreta la giovane, il bieco prete del paese, l’inquisitore. La forza espressiva delle sue parole è uno strappo nel tempo che ci riporta in anni in cui la delazione era un arte letale, capace di portare a morire migliaia di persone per mano di una fede fanatica che altro non era se non lo specchio degli integralismi attuali.

Il Racconto di Chimera è importante perché attraverso vicende storiche apparentemente distanti ci mette sotto gli occhi i più tragici effetti del fondamentalismo, quelli che si verificano quando questi si abbatte su chi non ha voce ne diritto di esprimersi. E spesso sono le donne, ma non solo loro.

L’unica speranza di salvezza è allora nel racconto, altra forza primordiale che si oppone all’oscurantismo, che ricorda a tutti ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe di nuovo essere. Lo spettatore si fa perciò testimone, con il dovere di riflettere per non lasciarsi accecare dall’indifferenza.

Marco Ragni