Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Paviavenerdì 13 ottobre 2017

Mettere in scena un testo che è quasi interamente basato sull’introversione è una cosa tutt’altro che facile. Il settantacinquenne Gabriele Lavia ha accettato di prendersi il rischio e si è fatto regista e interprete de Il sogno di un uomo ridicolo, racconto visionario di Fëdor Dostoevskij che narra le epifanie notturne di un uomo vicino al suicidio.

Nel trasporre a teatro quest’opera, l’artista milanese ha compiuto alcune scelte di grande impatto, come quella di recitare prigioniero di una camicia di forza su un palco ricoperto di sabbia. Solitudine, aridità e alienazione diventavano così qualcosa di tangibile, sofferenze visibili nelle nuvole di polvere che si alzavano sulla scena ogni volta che il protagonista, intrappolato in un abbraccio coercitivo, cadeva, si contorceva, si rannicchiava in posizione fetale, senza mai interrompere il flusso dei sui deliri.

La presenza in scena di Lorenzo Terenzi, alter ego silenzioso ma fortemente espressivo del protagonista, ha contribuito ad amplificare il senso di straniamento, aggiungendo uno riuscitissimo tocco da flashback cinematografico. Purtroppo tutto questo è stato inevitabilmente diluito e travolto da fiume di parole di Lavia, una tirata superba dal punto di vista attoriale ma greve e sconcertante nei contenuti.

Va ricordato che il testo di Dostoevskij è un manifesto esistenziale e politico scritto nella seconda metà del 19° secolo (per la precisione nel 1877), un lungo apologo concepito da una mente che, per quanto brillante, apparteneva ad un altra epoca. Posto oggi come struttura portante di uno monologo, il racconto può risultare pertanto indigesto e fin troppo vicino a un incessante e reiterato vaneggiamento, difficile da apprezzare anche se interpretato in modo sublime da un mostro sacro come Lavia. Un vero peccato.

 

Marco Ragni