Riflettendo sull’Idillio della Natura

Quello che state per leggere qui di seguito è un dialogo tra il protagonista del libro di cui vi racconterò ed un membro degli shuar, nativi selvaggi, che vivono nella foresta sudamericana.

” “Là da dove vieni tu com’è?”
“Freddo. La mattina e la sera si gela. Bisogna usare dei poncho lunghi, di lana, e cappelli”
“Ecco perchè puzzate. Cacando insudiciate il poncho.”
” No. Be’, a volte succede. Ma il fatto è che con il freddo non possiamo fare il bagno quando vogliamo, come voi.”
“Anche le vostre scimmie portano il poncho?”
“Non ci sono scimmie sulla sierra. E nemmeno cinghiali. La gente della sierra non va a caccia.”
“E allora che cosa mangiate?”
“Quello che c’è.Patate, mais. A volte un maiale o una gallina, per le feste. O un porcellino d’India nei giorni di mercato.”
“E che fate se non andate a caccia?”
“Lavoriamo. Da quando si alza il sole a quando va giu.”
“Che stupidi!” Sentenziavano gli shuar. “

Credo che questo piccolo dialogo descriva bene il senso dell’intero libro “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepùlveda (Guanda Editore).

Nel volume lo scrittore cileno narra le avventure di Antonio José Bolívar Proaño, uomo bianco, finito nel villaggio El Idilio, proprio di fianco alla fitta foresta sudamericana, durante l’epoca dei coloni.

Tra le pagine si racconta di come la cosiddetta “civiltà” abbia depredato brutalmente la Terra, senza cogliere ciò che l’ambiente aveva da dare, e di come quest’utima si sia difesa a sua volta, ora sotto forma di tempesta, di fiume, di scimmie e infine di “tigrillo”, il grosso felino che per vendicare i suoi cuccioli darà una lezione a un intero villaggio.

Ma al di la della trama, colpiscono le riflessioni di una specie umana che ha fatto di tutto per allontanarsi dalla natura, tanto da non poter più tornare indietro. L’uomo si affanna per sfuggire alle sue origini e depreda, come un figlio ingrato e ingordo, oltre le sue necessità.

Questo comportamento lo conduce all’incapacità di comprendere, all’infelicità e alla morte.

Lo sanno bene gli shuar che, sapientemente, si affidano al calore temperato che si addice a questa bestia nuda che siamo, che si alimentano di ciò che serve, cogliendolo soltanto e sentendo la sazietà quando arriva.

Un popolo che ha ancora il tempo di accorgersi dell’amore e della magia e di riconoscere la fortuna di possedere tutto ciò che veramente serve. Gli shuar sanno di non abitare semplicemente la foresta, ma di esserne parte e così la rispettano, come rispettano se stessi.

Questo è quindi un libro che ci invita a riflettere su quanti sforzi facciamo per allontanarci da noi stessi, fino a non ritrovarci mai, lavorando “da quando si alza il sole a quando va giu”, senza chiederci se sia davvero ciò di cui abbiamo bisogno.

Maia Fiorelli

11 gennaio 2013

Voto: 10

Positivo: la naturalità disarmante delle descrizioni dell’autore

Negativo: la sensazione di essere ormai così lontani da “El Idilio”, ma soprattutto dalla vicina foresta.