Orsini 1

La Leggenda del Grande Inquisitore è un capitolo de I Fratelli Karamàzov: il racconto dell’ateo Ivàn al religioso fratello Aleksej.

Il ritorno di Cristo nella Spagna del ‘600 – e dunque nel vivo della Santa Inquisizione – serve a raccogliere temi importanti del pensiero di Dostoevskij: l’ateismo a confronto con la fede, i dubbi religiosi ed esistenziali, la condizione umana.

Partendo da Dio si arriva a disquisire della libertà, che non un assioma ma qualcosa di fondamentale nella vita degli uomini. Uno stato che pone sempre di fronte alla più grande delle antinomie morali, quella tra bene e male.

Nello spettacolo diretto da Pietro Babina si sceglie una via assolutamente originale per trasmettere al pubblico questi messaggi.

Il sipario si apre per accogliere lo spettatore in un ambiente asettico e freddo, con una porta sullo sfondo. Il palco è una stanza arredata solo con un tavolo metallico, simile a quelli delle sale anatomiche, e da uno specchio. Tutta la scena e illuminata dalla luce intermittente di un neon che compone la parola Fede.

I primi 20 minuti si svolgono in un silenzio quasi totale, rotto soltanto da suoni disturbanti: un bip (probabilmente riconducibile a un rivelatore cardiaco), lamenti, eco di passi e altri rumori esterni.

In questa cornice impersonale e onirica si muovono, senza proferire verbo, i personaggi di Umberto Orsini e Leonardo Capuano, due figure inquiete, quasi spettrali. Capuano, in particolare, è una sorta di fantasma, una sulfurea presenza che appare e scompare nelle intermittenze tra luce e buio.

Il lungo prologo ha una sua funzione profetica, perché nella parte centrale dello spettacolo i personaggi riacquistano la parola e, ricalcando i passaggi dei quali lo spettatore è già stato testimone, possono finalmente interrogarsi sul bene e sul male, sul concetto di colpa e sulla possibilità di un’assoluzione. Il senso di déjà vu altera i sensi ed enfatizza la dimensione da incubo.

Il testo originale emerge soltanto nella parte finale, nel corso di una spiazzante TED Conference di 18 minuti che si chiude bruscamente con l’intervento di un ecclesiastico. Quest’ultimo zittisce simbolicamente il discorso di Orsini, mettendo fine allo spettacolo con un messaggio piuttosto netto.

L’allestimento è forte e del tutto alienante e abbonda di elementi sperimentali, spesso cervellotici e non sempre efficaci. Può piacere ma non è per tutti.

@MarcoRagni

17 dicembre 2015