Un romanzo breve nel nome dalla madre

Una madre che muore all’improvviso e un figlio dall’animo complesso, mai pronto a perderla.

“La Luce Prima” è un romanzo breve che l’autore sembra aver scritto di getto, mosso dall’impellenza di concedere al dolore, all’amore, di raccontare senza mediazioni né filtri pezzi della propria storia.

Genitrice e figlio, reso esclusivamente figlio dal momento della perdita, sono presenze consequenziali l’una all’altro (“Eravamo due solitudini comunicanti”) e l’uno privato dell’altra viene invaso da una disperazione dilaniante, quanto mal sostenuta, in cui i ricordi inframmezzano il presente a formare una dimensione temporale affettivamente recintata. Così, spinte da immediate e dense ondate emotive, affiorano le dure esperienze di una donna minuta nel corpo e gigante nel coraggio, che attraversa, dignitosamente silenziosa, miracoli e ingiustizie. Venuto da lei, accanto a lei e alle sue radici, il suo “ranocchio magro che saltellava” e della cui “fame verticale” che ancora lo prosciuga la gente rideva.

Di fronte alla sofferenza folle il futuro trema, specie in assenza di dio (“Un dio che non salva è inutile”); resiste, sola, un’eroica riflessione: “Tu hai purificato tutto, morendo, hai separato il grano dal loglio”.

Allora, per questi “esseri stupefatti e bastonati”, i pensieri scorrono in una lingua veloce, priva di frasi ad effetto e persuasioni narrative.

Della critica sul suo esprimersi troppo ombelicale Tonon dice: “Alcuni momenti sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili […], a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti”.

Celebrando la grandezza universale di una madre terrena, questa narrazione stringe lo stomaco e di chi è stato, a chi resta, rimane “tutto l’amore che abbiamo potuto”. Quell’inevitabile luce che si vede una volta sola e che, nel bene e nel male, rimane impressa per sempre.

Mila Baiguera

29 agosto 2012