Un piccolo bagliore nel buio della solitudine

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Photo by slgckgc (on Flikr) – Creative Commons

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Antonio Moresco ha sempre avuto un rapporto complesso con l’editoria dalla quale, forse per i contenuti notoriamente fuori parametro, ha ricevuto molti rifiuti prima di trovare rispetto e visibilità. Oggi, dopo 15 anni di successi, viene annoverato fra gli scrittori più visionari della narrativa italiana, specialmente ricercato ed apprezzato dalle nuove generazioni.

“La lucina”, pubblicata da Mondadori, al contrario dei suoi copiosi romanzi, è una storia breve che nasce da un appunto messo nel diario di preparazione del romanzo “Gli increati” (di prossima pubblicazione), unitosi poi ad un episodio realmente accaduto all’autore. Da questo incontro è in poco tempo scaturita una narrazione sostanzialmente immersa nel buio, pervasa dal silenzio e dal senso di solitudine, da un’atmosfera ambigua, sicuramente sospesa e irreale. Si racconta di un uomo che vive in un borgo di montagna abbandonato e deserto, la cui solitudine viene turbata dalla comparsa di una piccola luce che ogni notte dal fitto del bosco si accende ad intermittenza dall’altra parte della vallata, notoriamente disabitata e coperta di boschi. Un lampione preda di qualche contatto elettrico? Un ufo? Incalzato dal dubbio ma con grande determinazione, l’uomo si inoltra nel bosco per risolvere il mistero, imbattendosi infine in una casetta abitata da un bimbo solitario. La loro intesa non ha bisogno di tante parole, per loro condividere il silenzio è una forma di compagnia. Nella solitudine, l’unica dimensione possibile, adulto e bambino cautamente si identificano e si riconoscono, e tutto ciò con estremo pudore, i due personaggi difatti non hanno contatti fisici, né manifestazioni di affetto fino all’ultima scena: “Vieni, vieni, vieni”, l’adulto cercherà a quel punto di condurre il bimbo da un’altra parte, lontano da lì, nel tentativo di portarsi entrambi in salvo.

Lo spunto narrativo de “La lucina” è l’esilio volontario di un uomo che fatica a vivere nel mondo attuale. Parte da un atteggiamento dila-lucina-moresco
dolore e di rifiuto, dalla necessità di percorrere altre strade, di isolarsi, per cercare altre fessure dentro la vita. Il protagonista, sondando nelle proprie zone buie, si prepara in silenzio ad una lunga fase di espiazione, cui seguirà l’elaborazione di un trauma. Ci si inoltra dunque in un circuito d’introspezione, tanto che l’uomo ha bisogno di sparire ,‘sparire’ e non ‘morire’, anche se la condizione di isolamento porterà ad un incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti, mondi che mostrano di non avere una sostanza poi così seccamente separata. L’autore infatti supera la bidimensionalità delle cose, scalfisce la superficie, sonda e oltrepassa una frontiera, alla ricerca di un’avventura più grande e rischiosa. L’immersione della solitudine in un ecosistema naturale, esclusivo e potente, che vive in simbiosi col personaggio (molti sono gli incontri fra l’uomo e gli animali, un cane dalle gambe spezzate, un tasso…), si manifesta a gradi, conquistando gli spazi e il territorio. Tutto viene osservato da un’angolazione ravvicinata, che sfugge alla catalogazione. La presenza delle forze silvane è avvolgente, come il suo esprimersi in gesti creativi, le piante schiacciate che crescono sotto le macerie torcendosi verso la luce, oppure i segnali luminosi emessi dalle lucciole come richiamo per l’accoppiamento nei loro due giorni di vita. A differenza del modulo leopardiano che attesta solo la parte sofferente della natura, Moresco ne propone anche l’ebbrezza: la gioia dell’ape che devasta le fibre del fiore per prenderne il nettare, o ancora la rondine che sale sazia nel cielo dopo aver stritolato un bombo nel becco. Mentre l’umanità satura le fonti vitali del pianeta, prolifera al di sopra delle proprie possibilità, saccheggia senza misura e crea le condizioni per una futura estinzione, l’universo animale e vegetale riparte e resetta continuamente le specie, aggregando sempre le condizioni opposte: ogni fine può essere un inizio, ogni inizio porta in sé la fine. Il rapporto spazio-tempo viene qui stravolto ed è messa in discussione l’idea lineare della vita e del progresso che avanza; mentre l’essere umano percepisce della propria esistenza un segmento piccolissimo, secondo le ultime ammissioni della fisica e dell’astrofisica, solo una minima parte della materia in cui si è immersi è nota, in realtà esiste un’energia sconosciuta che non emette radiazioni, che ammette che l’uomo appartiene a qualcosa di molto più vasto di ciò che avverte, e di cui non si accorge pur avendolo (forse troppo?) davanti agli occhi.

Questo testo afferma inoltre la circolarità della vita, ampiamente evocata anche nel ciclo della natura, delle stagioni, nel rapporto vita-morte e viceversa, lo stesso narratore nell’incontro con la propria infanzia testimonia come la vita disegni un cerchio. “La lucina” non è certo un libro favolistico, tende anzi ad inquietare, è una storia surreale ed insieme rigorosa, sospesa nella rarefazione del nulla, in una sorta di terribile fragilità che si snoda solo alla fine, dopo aver metabolizzato la disperazione e accettato il tutto come una forma di meditazione sul senso della vita.

Mila Baiguera

9 agosto 2013