Un thriller metropolitano che sembra un fumetto

Photo by Timo Kohlenberg (on Flikr) Creative Commons (condividi allo stesso modo)

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Per chi legge fumetti il nome di Warren Ellis è una garanzia. Questo bad boy dei comics britannici – al pari di colleghi come l’irlandese Garth Ennis o i celeberrimi Neil Gaiman e Alan Moore – ha contribuito a traghettare l’universo delle nuvole di carta oltre il velo di pregiudizio che lo voleva associato a un area prevalentemente adolescenziale. Attraverso opere come Authority, Transmetropolitan e Nextwave, il nostro ha saputo imprimere alle sue storie disegnate una carica originale e politicamente scorretta, iniettando nella sua narrativa forti cariche polemiche e di critica sociale.

L’uscita in Italia de “La macchina dei corpi”, romanzo “classico” (leggasi “non a fumetti”) firmato Ellis e pubblicato da Longanesi, ha comprensibilmente risvegliato la curiosità dei molti fan del buon Warren, curiosi di scoprire se le tinte eversive di cui trasudano i suoi lavori a fumetti avrebbero retto anche in un oceano di sole parole. La risposta è si, almeno per un buon 70%.

Il romanzo è un torbido thriller metropolitano dove la città di New York è assoluta protagonista. Il personaggio principale, il detectiveLa macchina dei corpi John Tallow, sociopatico agente della omicidi, ha avuto la doppia sventura di veder cadere in azione il suo collega e amico e di incappare, subito dopo, in un vero vespaio, un appartamento pieno di armi collegate a omicidi irrisolti.

Dietro questo incipit fulminante si snoda una complessa vicenda che intreccia tradizioni indiane e intrighi economici, in una scoppiettante indagine che l’autore porta avanti a ritmo di humor nero e personaggi sopra le righe.

Le quasi 300 pagine del libro si leggono in fretta, tra colpi di scena e atmosfere scioccanti (da manuale la allucinazioni del serial killer e le descrizioni, spesso disturbanti, che Ellis filtra attraverso la radio della polizia) e vanno a comporre un arazzo – ma forse sarebbe più appropriato definirlo un wampum – che tiene sulla graticola l’attenzione del lettore.

Giunti alla fine potrà rimanervi l’impressione che Ellis sia comunque meglio come sceneggiatore di comics che come scrittore tout court, ma di sicuro, se amate il suo impeccabile stile, lo amerete anche in questa veste “squisitamente verbale”.

 Marco Ragni

9 luglio 2013

Voto: 7,5

Positivo: lo stile di Ellis non si smentisce, anche senza l’ausilio delle illustrazioni

Negativo: molte scene descritte (per esempio le allucinazioni del Cacciatore) sembrano fatte apposta per un fumetto e resta il dubbio che con il sostegno dei disegni avrebbero fatto tutt’altro effetto