Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia, domenica 4 marzo 2018

Copenaghen è uno spettacolo ambizioso e questa ambizione è contemporaneamente il suo principale pregio e il suo maggiore difetto. Il testo del drammaturgo britannico Michael Frayn è denso e profondo ma di difficile digestione, perché si spinge a fondo nel dedalo delle possibilità che caratterizzano un fatto storico molto complesso, quel mitizzato incontro tra il fisico danese Niels Bohr e il suo allievo, il tedesco Werner Heisenberg.

A nessuno è dato sapere cosa si dissero i due studiosi dopo la loro passeggiata, in quel giorno del 1941. Certamente la lunga amicizia che li univa era duramente provata dagli eventi del periodo: si era in piena guerra, la Germania Nazista aveva invaso la Danimarca e Heisenberg, che era ebreo, aveva accettato di collaborare con il regime nazista per portare avanti le proprie ricerche. A fronte di queste premesse quali potevano essere i pensieri di Bohr e di sua moglie in vista della visita del vecchio amico? E quali gli argomenti trattati dai due fisici durante il loro confronto? Le ipotesi sono state molteplici, così come sono innumerevoli le interpretazioni dell’accaduto. Attingendo all’opera di Frayn, il regista Mauro Avogadro si addentra nei numerosi scenari di quello che potrebbe essere stato il dialogo tra i due fisici nucleari, specchiando il principio di indeterminazione di Heisenberg nell’essenza imprecisata del pensiero umano. L’intricata vicenda fa perno sull’incontro post-mortem dei due studiosi e procede mettendo in parallelo riferimenti fisici e matematici (non sempre comprensibili a chi non mastica la materia) e comportamenti umani.

Il cast è immenso. Massimo Popolizio è un Heisenberg tutto passione e inquietudine mentre il Bohr di Umberto Orsini riporta in vita la tenacia e le sfaccettature caratteriali del grande accademico. Non è da meno Giuliana Lojodice, che diventa Margrethe, moglie del fisico danese, e funge da voce della ragione, ricordando costantemente il legame tra il mondo della scienza e quello della politica – vincolo indissolubile, in tempo di guerra – e l’importanza delle scelte che un essere umano compie in ogni frangente della vita.

La regia di Avogadro colloca la zona di confronto in un’ideale aula universitaria con tanto di gradinate a semicerchio e lavagne nere zeppe di formule, dove è facile dar forma ad una narrazione geometrica che assume, anche fisicamente, attraverso la posizione dei tre attori, la forma di un triangolo ai cui vertici si collocano scienza, teatro e natura umana. Assistere senza perdersi è faticoso ma soddisfacente, sebbene si arrivi alla chiusura del sipario con la netta sensazione di non aver colto tutto. Ma forse, anche questo, fa parte del gioco indeterminato delle possibilità.

Marco Ragni