La riva del silenzio di  Yoon Paul

Gli unici difetti di questo libro scritto da Yoon Paul sono la traduzione italiana del titolo e l’immagine, inutilmente romantica, in copertina. Il titolo originale di La riva del silenzio, edito da Bollati Boringhieri, è infatti Snow Hunters, in riferimento ai saccheggiatori che durante la guerra di Corea si muovevano nella neve tra le macerie delle case.
Yohan è un giovane nordcoreano che ha trascorso gli ultimi tempi prigioniero in un campo militare, periodo durante il quale si distingue rendendosi utile agli Americani, che perciò, a conflitto finito, gli accordano in premio la possibilità di rifarsi una vita: un posto su una nave mercantile, diretta in una piccola città portuale brasiliana, e una lettera di presentazione per poter essere assunto presso la bottega di una sarto giapponese. È il 1954 e, non avendo alternative, Yohan accetta l’offerta, preparandosi così a compiere un salto nel buio, ad essere cioè trapiantato in un Paese a lui sconosciuto sotto ogni punto di vista. Da qui in poi, in un profondo silenzio e diversi incontri di solitudini, scorrono fotogrammi del passato incastonati agli avvenimenti del presente. Yohan non conosce il portoghese e non saprebbe comunque dar voce agli orrori condivisi con lo sfortunato compagno Peng, mentre Kiyoshi, il sarto che garbatamente gli offre un tetto e un mestiere, è come lui uno straniero in terra straniera. Anch’egli solo e senza più radici, ha alle spalle un passato altrettanto indelebile e drammatico, che non vuole (o non può) essere raccontato. Pur in assenza di comunicazione verbale, pur lavorando in un piccolo laboratorio dandosi le spalle, i due uomini troveranno gradualmente il modo di intendersi ed interagire, stabilendo un legame molto solido. I ripetuti gesti quotidiani, gli sguardi, la condivisione degli spazi e del tempo libero, speso sul tetto a contemplare le stelle, diventano un codice muto in grado di veicolare emozioni significative (“Una volta una mosca si posò sul polso dell’anziano e Yohan la scacciò.”). Dall’intesa di Yohan e Kiyoshi scaturisce anche l’accoglienza verso altre esistenze marginali, come quelle di Bia e Santi, due bambini mendicanti (per strada Santi avvicina uomini e donne chiedendo loro se siano per caso suo padre o sua madre), che si allontanano dal villaggio per lunghi periodi, per poi farne ritorno e gravitare spesso intorno alla bottega. Emblema di un’infanzia negata, i piccoli vagabondi finiscono per ritagliarsi un angolo nella vita dei due protagonisti, ricalibrandola, seppur inconsapevolmente, sulla magia tipica di un’età che, nonostante tutto, riesce ad avverare i sogni che insegue. Due donne entrano ed escono nella vita di Yohan, non è palese che lui ne soffra oppure no, forse, delle due, riesce a trattenere la seconda.
Questo romanzo è delicato e preciso come una ragnatela. Il Brasile si presenta come uno sfondo denso di spiagge e calore, di mare scintillante, di squarci paesaggistici e di un continuo ritorno alla realtà favorito dal cambio delle stagioni. Sui passaggi di testimone, sulle corrispondenze genealogiche si aprono le porte del futuro. L’esule diventa paradigma del Novecento, raccontato e reinterpretato da Paul Yoon con un linguaggio che supera il minimalismo americano. Priva di appunti ideologici e predestinazione, la memoria aleggia labile e morbida, invita a ricordare ciò che ancora è, quando quello che è stato non ci appartiene più. Gli stati d’animo materialmente espressi addensano lo scorrere del tempo, riempiono i vuoti, accorciano le distanze, descrivono la capacità di assuefarsi a quello che la vita getta sul cammino. L’ottusa durezza, le ferite della guerra fra nazioni o fra poveri non hanno consolazione. Nelle sue pagine l’autore comunica la sensazione che la solitudine e persino il dolore estremo si possano raccontare senza toni eccessivi, meglio, invece, con deliberata lievità. L’atmosfera evocativa della storia non sottrae nulla al crudo realismo dei trascorsi dei personaggi, la inserisce anzi in un percorso di speranza, sospinto dal coraggio di riempirsi di nuovi valori e, senza banalità, verso una conclusione felice.

 

Mila Baiguera

13 maggio 2014