In scena l’eterna lotta tra concretezza e arte

 Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, venerdì 7 febbraio 2014

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Come la locuzione “torre d’avorio” sta ad indicare una condizione in cui gli intellettuali si distaccano dalla quotidianità e dalle sue esigenze, così l’omonima piece di Ronald Harwood, diretta e interpretata da Luca Zingaretti, mette in scena l’eterna lotta tra ragione e passione.

Nella tormentata Berlino del 1946, una città segnata dalle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, il maggiore Steve Arnold (interpretato da Zingaretti) deve valutare la posizione di alcuni artisti nei confronti del regime. Tra questi c’è il grande compositore Wilhem Furtwangler (Massimo De Francovich), in odore di intesa con alcuni gerarchi del Terzo Reich.

L’incontro tra i due è una collisione tra mondi agli antipodi. Arnold è rude, ignorante e concreto quanto Furtwangler è raffinato, colto e convinto dell’alto valore dell’Arte.

Tra questi poli la verità sfuma e si fa ambigua, cambiando forma ogni volta che uno dei protagonisti espone il proprio punto di vista, con la ferrea convinzione di essere nel giusto.

Attorno a queste posizioni estreme si aggirano, come fantasmi, altri personaggi che per un verso o per un altro ne sono irrimediabilmente influenzati.

Per due ore e venti minuti i duellanti mettono in campo il loro arsenale migliore, stratificando dubbi e interrogativi morali nella mente degli spettatori.

Zingaretti e De Francovich, forse un po’ troppo istrionici, non danno tregua, garantendo un ritmo incalzante che non accenna mai ad affievolirsi.

Quando il sipario si chiude molte domande restano aperte, lasciando al pubblico l’onere di trovare delle risposte. E questo è solo un bene.

 

Voto: 8,5

Positivo: un testo profondo e ricco di riflessioni

Negativo: in alcuni momenti la recitazione è stata troppo enfatica

 

Marco Ragni

10 febbraio 2014