l-animale-morente-philip-roth-recensioneTornare in aula, come ogni anno, per tenere il corso di critica letteraria a un gruppo di studenti e ritrovarsi fulminati dal candore di una giovane studentessa. Questo l’abbrivio da cui si dipana la storia de L’animale morente che Philip Roth ha racchiuso, nel 2001, in poco più di cento pagine.

David Kepesh è un uomo maturo arenato in una storia di sesso, impetuosa, con la ventiquattrenne Consuela Castillo a pochi passi dall’essere donna. Sullo sfondo la rivoluzione sessuale esplosa negli anni sessanta vissuta dai vari personaggi che si alternano nel salotto dell’affascinante professore. Non provateci nemmeno, voi maliziosi, ad associare, visto l’incipit, la lirica di Roth alla perversione funambolica di E. L. James e le sue cinquanta sfumature per uccidere la letteratura.

Abbandonate anche la più flebile eco di tramonti rosa, fazzoletti di terra invasi dal profumo di fiori di campo e il linguaggio lezioso di lineari schemi narrativi tra due protagonisti di un qualsiasi intreccio. L’animale morente è un libro che si consuma in poche ore e ti resta addosso per settimane. La minuzia con cui lo scrittore, vincitore dei più prestigiosi premi letterari americani, illustra la pulsione fisica dell’attempato professore nei confronti della studentessa, e in particolare per i suoi seni, è solo uno dei potenti elementi incatenati dalla raffinata penna statunitense nel suo diciannovesimo romanzo.

Scorrendo le pagine ci si ritroverà innamorati, senza nessuna sorta di recupero, di David Kepesh e si cominceranno ad odiare i giochi infantili e l’ingiustificato candore di Consuela Castillo. Fino all’epilogo funesto in cui si sospende il giudizio e la voce di uno sconosciuto, in una semplice frase, rivela la potenza di un sentimento soffocato per l’intera narrazione.

Nel 2005 Gabriele Muccino era stato ingaggiato dalla Lakeshore Entertainement per sceneggiare il romanzo e farne un film, ma il progetto è poi naufragato. Fu poi ripreso dalla regista Isabel Coixet che l’ha portato in sala, con una tiepida Penélope Cruz e Ben Kingsley (in cima alla lista ci avrei messo Carmen Di Pietro e un sosia di Sandro Paternostro), e presentato al Festival di Berlino nel 2008. È trascorso già un anno da quando Philip Roth ha annunciato il suo abbandono alla scrittura, dopo più di cinquanta anni di perle letterarie. «Ho fatto del mio meglio» così la raffinata penna, premio Pulitzer e più volte candidato al Nobel per la letteratura, ha motivato la propria scelta, non condivisa, a ragione, dai suoi lettori.

Può uno scrittore mettere la parola fine alla propria produzione? Di sicuro alcuni non dovrebbero mai appendere la penna al chiodo. E tra quelli ci dovrebbe essere Philip Roth.

Scritto da Salvatore Gaeta

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4 dicembre 2013