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Spettacolo visto al Teatro Carbonetti di Broni, venerdì 9 gennaio 2015

Più che uno spettacolo vero e proprio l’Arlecchino di Paolo Rossi è un inno all’improvvisazione. Lo ammette lo stesso attore quando, non appena salito sul palco, spiega agli spettatori che ogni cosa è stata accuratamente provata per sembrare casuale, errori compresi. Basta questa dichiarazione da affabulatore per calargli addosso l’abito che veste alla perfezione: quello dell’indomito commediante, una veste che su di lui spicca ben più della mise variopinta della maschera bergamasca.

Questo per dire che in fondo il titolo non c’entra poi tanto e si limita ad essere più un tributo alla Commedia dell’Arte (e al ruolo che Strehler consigliava all’attore) che a una vera e propria identificazione col personaggio.

È uno spettacolo in divenire, tanto “alla buona” che il pubblico può perfino scattare foto o fare riprese col telefonino. Tutto è lecito perché ogni cosa è al servizio di un anarchico divertimento che l’attore spartisce col pubblico, spingendo il pedale dell’interazione tra palco e platea fino a fare alzare tutti in piedi per una canzone o a intavolare una conversazione con un cameraman.

L’unica regola che sembra governare lo spettacolo è l’assoluta assenza di regole e allora non stupisce che, visti i tragici fatti di Parigi, l’attore si soffermi anche sul ruolo della satira e sull’ipocrisia di chi la difende a intermittenza. Insomma, c’è spazio per ogni genere di contributo e riflessione ma soprattutto per le risate.

Tra un aneddoto e l’altro, il nostro moderno Arlecchino con la giacca colorata dai post-it ci mette la musica e le canzoni, tirando fuori dal cilindro – o forse sarebbe meglio dire dal suo improbabile cappello con le corna – brani che non scontenterebbero i fan di Vinicio Capossela.

I presenti ridono di gusto e dimostrano di apprezzare uno spettacolo che alla fin fine è effettivamente divertente e si porta dietro, come unica colpa, una lunghezza che supera le due ore. Forse un po’ eccessiva per una performance che guarda all’improvvisazione.

Marco Ragni

12 gennaio 2015