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Spettacolo visto al Teatro Carbonetti di Broni, domenica 24 gennaio 2016

L’Avaro di Molière ha già dato origine a un numero imprecisato di versioni, molte fedeli all’originale, altre con le loro brave licenze poetiche.

Quella di Claudio De Palma si discosta dal teatro tradizionale, ma lo fa senza togliere nulla al testo del grande drammaturgo francese.

La soffusa luce azzurra che illumina il palcoscenico, riflettendosi su una parete di teche nelle quali sono chiuse sedie di diversi stili, a simboleggiare l’ansia di accumulo che non ha tempo ne età, proietta la storia in un epoca indefinita. I bellissimi costumi di Maria Freitas, dal taglio quasi stempunk, contribuiscono a renderla incerta.

Un adattamento, questo, che va a giovamento dello spettacolo che può permettersi di non rimanere troppo vincolato allo stampo originale ma di colorarsi di tinte nuove, grottesche e quasi circensi.

A guidare una compagine di bravi attori (Fabrizio Vona, Francesco Di Trio, Valeria Contadino, Giovanna Mangiù, Gisella Szaniszlò, Fabrizio Bordignon ed Enzo Mirone), tutti calati nella parte, c’è un Lello Arena stravagante e sopra le righe, che incolla addosso al personaggio di Arpagone la sua personale cifra stilistica fatta di quella verve che ha tempi da cabaret. Così il vecchio taccagno diventa un mostro di tormentoni, lamenti animaleschi e desideri oscuri. Un mix di caratteristiche che ne deformano i difetti al punto di renderlo simpatico anche nei momenti più tetri, come quando sceglie di far sposare al figlio una vedova ricca ma priva di fascino e alla figlia un anziano nobile pronto a rinunciare alla sua dote. Spettacolo interessante.

Marco Ragni