le-nuvole_ph-michele-lamanna-3

L’ultimo spettacolo della rassegna Altri Percorsi del Teatro Fraschini di Pavia inizia così, con l’arrivo sul palco di una scalcinata macchina azzurra che trasporta un gruppo nomade di attori.

Tocca a loro, riflessi dell’ensamble di Teatro Due, mettere in scena Le Nuvole di Aristofane, dando il via ad un gioco meta-teatrale che comincia immediatamente quando i commedianti diventano tutt’uno con i personaggi che devono interpretare.

In questa particolare attualizzazione della commedia greca, Strepsiade e suo figlio Filippide sono due mostri creati dalla società. Ridotti sul lastrico dai debiti, cercano un modo furbo per liberarsene e lo individuano (più Strepsiade che la sua riluttante progenie) nel Pensatoio di Socrate. Il piano di questi “furbetti del quartierino” è quello di imparare la dialettica per sviare i creditori ed evitare di restituire il dovuto.

Se il metodo non risulta efficace per Strepsiade, diversamente accade per Filippide che emerge dall’esperienza trasformato in un arrogante profeta della finanza creativa, un violento che picchia il padre trovando facili giustificazioni per motivare le percosse.

A questo punto Strepsiade manifesta il suo pentimento incendiando il Pensatoio, o nel caso specifico l’auto azzurra su cui si sposta la compagnia di teatranti.

Il pregio principale dello spettacolo è tutto nella potenza della scena, nelle luci e nella suggestione creata dal coro delle Nuvole. Un uragano creativo e vagamente confuso che quasi spazza via il testo di Aristofane.

Razionalità e non senso si contendono il palco dall’inizio alla fine, disorientando i presenti con troppi spunti che, per quanto validi, si stratificano prima di poter essere metabolizzati.

Se la scena è davvero lo specchio della platea e gli attori quello del pubblico, l’effetto che ne risulta è distorto e appannato, perché di fronte al proprio riflesso bisogna sapere osservare e per riuscirci occorre il tempo per farlo. E le troppe distrazioni esterne non aiutano.

Marco Ragni

1 aprile 2015