Ritter Dene Voss

Il Ritter, Dene, Voss dell’austriaco Thomas Bernhard è uno spettacolo sopra le righe fin dal titolo: un allusione che più diretta non si può ai nomi dei tre attori tedeschi, Ilse Ritter, Kirsten Dene e Gert Voss, che per primi lo interpretarono nel 1986.

Siamo una casa dell’alta borghesia austriaca, nel periodo tra le due guerre. Attorno a un tavolo da pranzo imbandito si riuniscono due sorelle (che nella versione di Renato Sarti sono interpretate da Valerio Bongiorno e Piero Lenardon in grottesche vesti femminili) e un fratello (Carlo Rossi), quest’ultimo in provvisoria “libera uscita” dalla sua volontaria reclusione nel manicomio di Steinhof.

Le due donne sono state delle attrici, ma i fasti di un tempo sono ormai lontani. L’uomo è un filosofo con manie di persecuzione, velatamente (ma non troppo) ricalcato sulla figura di Wittgenstein.

L’intera trama si svolge li, attorno al tavolo, in un batti e ribatti di battute pungenti e riflessioni contorte, tra tensioni familiari, fraintendimenti e desideri mai confessati.

Tragicommedia bizzarra e permeata di decadenza, l’opera riletta da Sarti spinge lo spettatore verso risate amare, evocate quasi a forza dallo specchio deformato dell’animo umano che è ben rappresentato, anche visivamente, dai ritratti caricaturali che adornano le pareti.
Su tutti spicca Carlo Rossi filosofo stralunato e irrequieto. L’attore porta in scena una nevrosi perfetta, fatta di gesti, pause e bruschi movimenti.

Spettacolo faticoso ma meritevole, di certo non comune.

Marco Ragni

16 febbraio 2015