Riflessioni su una rinuncia consapevole

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 Questo libro, edito da Barbès Editore, non è un pamphlet, né un’analisi scientifica. È invece, un testo dichiaratamente autobiografico. Una risposta alla domanda di maternità che, per desiderio emotivo, biologico o per ‘progetto’, le donne si pongono. La personale risposta di Linda Lê è negativa, ed ha la determinazione e il coraggio dei suoi contenuti.

Il titolo richiama ‘Lettera ad un bambino mai nato’, dedicato da Oriana Fallaci al figlio che aveva perso. Correva allora l’anno 1975 e il femminismo sessanta-settantottino tentava di far valere i diritti delle donne e il loro effettivo riconoscimento in società, tra tematiche riferite in larga parte all’educazione e al ruolo di moglie e madre, faceva scalpore il tema dell’aborto. All’epoca veniva criticata l’imposta immagine della donna ‘perfetta’, costretta ad assolvere eccellentemente vari compiti in diversi ambiti, occupandosi cioè di casa-famiglia-lavoro, mantenendosi, però, al pari di uno stereotipo pubblicitario: bella, equilibrata ed inesauribile.

 Se si associano queste questioni agli argomenti della Lê, ci si chiede cosa oggi sia cambiato. Poco; ancora la società condiziona e spettacolarizza la maternità, ancora le donne vengono giudicate secondo sessisti parametri di misura. Si chiede loro, oppressivamente, con aspettative inumane, di scegliere un ruolo, o mille, basta non disturbare.

 Impressiona che la Big Mother del libro della Lê personifichi la società stessa che, come il Big Brother orwelliano, controlla costantemente le donne. La scrittrice, non solo nella possibile condizione di maternità, si emancipa dalle gabbie culturali.

 Senza scuse o banalità, dispiaciuta di non poter accontentare un compagno che, in fondo, insiste e non capisce, la Lê motiva la sua scelta rivolgendosi al suo vero interlocutore, il potenziale figlio, e raccontandogli, con grande affetto, la verità. La scrittrice, cresciuta da una madre anaffettiva e intransigente ed un padre debole e alcolizzato, identifica la ‘famiglia’ con un sistema di potere a cui non vuole sottostare, sistema che percepisce destabilizzante e scorretto per chi, come lei, non si uniforma alle regole, o manifesta aspirazioni contrarie al ‘gruppo’. Linda Lê vaglia ogni possibile variabile. Considera l’esperienza unica del generare, riconosce i vantaggi, i miglioramenti che l’accudimento e l’amore filiale portano. Prova ad immaginare le sembianze di suo figlio, riesce persino a vederlo crescere. Ma per un figlio bisogna essere disposte a grandi rinunce, ad accantonare la propria identità, a sbagliare, ad offrirsi responsabili nell’incertezza, a procedere in mutua dipendenza, a patteggiare col futuro. Ed ecco una certezza imporsi sulla fantasia: non per tutte le donne, come sosteneva Tolstoj, essere madre è la più alta vocazione. Non figliare, dunque, è naturale quanto farlo.

 Quella dell’autrice è una rinuncia consapevole, una scelta lucida. Decidendo di non procreare, questa donna conserva la propria, irrinunciabile libertà, ma protegge anche, con immenso calore, la creatura che non avrà.

 A tratti dure, con semplicità, ragioni e soluzioni si susseguono e, nella loro schiettezza, commuovono. Questo libro di Linda Lê, il primo ad essere tradotto in italiano, è acuto, accurato, coinvolto e appassionato. E necessario.

Mila Baiguera

13 novembre 2012

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