FormatFactorylo straniero alta risoluzione

Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia martedì 5 aprile 2016

Le esplorazioni teatrali della letteratura non sono una novità per Fabrizio Gifuni. Le sue letture – che definire classici reading sarebbe come minimo riduttivo – sono immersioni totali nell’opera di riferimento.

Con Lo Straniero, l’attore si fa tutt’uno col capolavoro di Camus – come in passato aveva già fatto con Gadda, Saint-Exupéry, Pavese e Pasolini – compiendo un viaggio solitario nell’inquietudine e nel tedio esistenziale di Meursault, il protagonista del romanzo. Gifuni arriva a “possedere” il personaggio, se ne veste per riportarlo in vita e sottoporlo a quella che, come dice il sottotitolo, è un’intervista impossibile. Più che di un’intervista si tratta di una vera e propria confessione, un incredibile viaggio all’essenza dell’Uomo di Algeri che diventa qualcosa di tangibile tramite la voce ipnotica del suo interprete.

Fin dalle prime parole si crea una tensione irresistibile e affascinante che trova il suo asse di simmetria nelle parole di Gifuni e nei suoni che G.U.P. Alcaro proietta nell’aria durante gli intermezzi: pezzi del calibro di Killing an Arab dei Cure o The Stranger dei Tuxedomoon.

Per un’ora e mezza gli spettatori sono così incollati alle poltrone, mentre scie invisibili li conducono nelle strade di Algeri, sulla spiaggia dell’assassinio e infine nel carcere.

Gifuni più che un attore è un mago, evoca mondi di parole, che diventano reali grazie alla sua voce.

L’ovazione finale è dovuta verso una performance strabiliante, capace di emozionare anche attraverso i vuoti esistenziali di Meursault.

Marco Ragni