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Spettacolo visto al Teatro Sociale di Stradella mercoledì 25 febbraio 2015

Scritto da Tenessee Williams nel 1944, Lo zoo di vetro è uno spettacolo che ha come leitmotiv quel senso di precarietà e incertezza che risulta estremamente attuale.

Ambientata originariamente nell’America degli anni’30, sullo sfondo di una Grande Crisi che può ricordare quella di oggi, l’opera racconta la quotidianità della famiglia Wingfield attraverso le parole di Tom, il figlio minore che vive con l’assillante madre Amanda e con la sorella maggiore Laura, patologicamente timida e affetta da zoppia.

Tocca al regista Arturo Cirillo far rivivere sul palco un dramma della memoria che si regge tutto sui rapporti tra quattro personaggi: i tre membri rimasti della famiglia Wigfield – il padre ha lasciato la casa da tanti anni, anche se la sua presenza aleggia nei discorsi dei “superstiti” – e Jim, collega ed ex compagno di liceo di Tom. Quest’ultimo viene invitato a cena su pressione di Amanda, che vorrebbe accasare la figlia.

La scenografia essenziale – un vecchio giradischi, un tavolo, un divano letto,un armadio e alcune gigantografie che pendono dal soffitto – riporta a un’atmosfera vintage e nostalgica anni ’60 (complici le canzoni di Luigi Tenco ascoltate da Laura) e ben si sposa con il minimalismo esistenziale dei Wigfield.

Ciascuno di loro si lascia vivere con rassegnazione (come Laura, che sfugge le brutture del mondo rintanandosi nella sua collezione di animaletti di vetro, lo zoo del titolo) o fuggendo nelle illusioni (Tom, perso tra film e poesia) e dei fasti del passato (Amanda, dalla bellezza ormai sfiorita).

È lo stesso regista a vestire i panni di Tom, protagonista e io narrante, ed è un peccato che l’immedesimazione non gli riesca del tutto e che si conceda qualche manierismo di troppo.

Molto meglio fanno Monica Piseddu (Laura disincantata e capace di esprimere il suo disagio attraverso una misurata fisicità), Edoardo Ribatto (un Jim sicuro ma non troppo) e, in particolare, Milvia Marigliano, che da vita a una Amanda invadente e logorroica.

Il finale arriva quasi inaspettato e smorza in calando ogni emozione. In un certo senso chiude il cerchio, riprendendo i toni sommessi che hanno dato inizio allo spettacolo e avvolgendo il tutto nel filo della memoria.

Marco Ragni

26 febbraio 2015