Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia, martedì 12 dicembre 2017

Nell’immaginario del grande pubblico il nome di Marina Massironi è legato a un’idea di umorismo alla portata di tutti. Sarà perché la sua fama è principalmente dovuta alle collaborazioni col trio Aldo, Giovanni & Giacomo e al successo del film Tre uomini e una gamba.

Ma l’artista, nel corso della sua carriera, ha anche saputo emanciparsi, incassando tra l’altro un David di Donatello e un Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista per il film Pane e tulipani e togliendosi qualche altra soddisfazione sui fronti cinematografico, televisivo e teatrale.

Dopo un periodo meno intenso, la Massironi è tornata sulle scene con uno spettacolo dal titolo Ma che razza di Otello?, ovviamente ispirato alla celeberrima tragedia di Shakespeare nonché alla penultima opera di Giuseppe Verdi.

Detto questo, definire gli obiettivi che hanno fatto da motore al progetto non è semplice.

L’inizio è affidato alle melodie arrangiate da Augusto Vismara, eseguite impeccabilmente da un ottimo trio di musicisti destinato ad accompagnare, per tutta la durata dello spettacolo, il monologo della protagonista, spezzandolo con intermezzi musicali.

Subito dopo l’introduzione arriva il momento di Marina Massironi, cui toccherebbe legittimare, con battute e spunti accattivanti, l’incursione semi-seria in campo shakespeariana e verdiano. Purtroppo bastano pochi minuti per capire che il meccanismo non funzionerà come previsto. I testi di Lia Celi pescano trasversalmente dalla trama dell’Otello e da quel che è dietro l’opera, immaginando i sentimenti dei personaggi ma anche quelli di Shakespeare e Verdi, nel loro confrontarsi con la vicenda del Moro di Venezia, e provando a costruire su tutto questo con umorismo e ironia.

Nonostante il lodevole intento quasi in nessun momento si riesce a colpire veramente nel segno e il pubblico in sala non si lascia coinvolgere da tempi comici spesso affrettati e da riferimenti tutt’altro che immediati. Anche i tentativi di vivacizzare il tutto con qualche tocco di attualità non sono sufficienti a dare tono a un monologo che si trascina neutro per un ora e mezza, senza mai toccare le corde degli spettatori. Un vero peccato: da una come la Massironi ci si aspettava ben altro.