Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, venerdì 29 novembre 2019

Nel lontano 1948, lo scrittore britannico George Orwell, scrisse il romanzo distopico più famoso di tutti i tempi: 1984. Per farlo, immaginò del dettaglio una società schiacciata nella morsa di un partito unico e costantemente osservata dall’occhio del Grande Fratello. Un mondo da incubo dominato da grotteschi slogan (la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza) e controllato dalla psicopolizia, pronta a soffocare nella violenza ogni barlume di pensiero non allineato.

Più di 70 anni dopo, l’opera è ancora estremamente attuale e rappresenta un fertile spunto di riflessione che Matthew Lenton ha portato sul palcoscenico con una produzione di Teatro Nazionale ERT.

Quello del regista scozzese è un allestimento che trascende i canoni classici e non rinuncia ad utilizzare elementi di meta teatro quando si tratta di abbattere la quarta parete che divide gli attori dagli spettatori. Tra un finto dibattito e una retata delle milizie, il pubblico è più volte sollecitato, costantemente sottoposto a flash luminosi che disturbano gli occhi, creando un realistico effetto “terzo grado”.

Luce e tenebra sono, d’altronde, due grandi protagoniste della scena, che si svolge in una penombra disturbante, dove i volti si perdono in un buio delle identità.

L’impressione è che gran parte dello spettacolo si basi su queste suggestioni, ed è un bene perché l’effetto straniante è quanto mai tangibile e aiuta i presenti a sentirsi sotto l’occhio del Grande Fratello.

Sfortunatamente, sul fronte dei contenuti, il meccanismo non funziona altrettanto bene e la profondità del libro si perde, tra scene sbocconcellate e interventi della voce narrante.

Il risultato è qualcosa di troppo eterogeneo e sembra venire da dimensioni diverse, faticando a trovare una vera e propria compattezza. Una fragilità, che viste le premesse, lascia un po’ di amaro in bocca.

Marco Ragni