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Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia martedì 8 marzo 2016

Quando si apre il sipario Giuliana Musso è in scena da sola, con una sedia e un finto pancione che evidenzia lo stato interessante del suo primo personaggio.

I toni sono leggeri e costellati di un umorismo un po’ sguaiato, fatto di smorfie ed esagerazioni comiche sul momento del parto in ospedale.

Comincia così Nati in Casa, monologo di una potenza narrativa sfaccettata, che dopo aver rotto il ghiaccio strappando qualche facile risata si fa via via più serio, nel suo percorrere, spesso in modo toccante, gli episodi di vita delle levatrici di ieri. Un viaggio sentimentale in un mondo ormai scomparso, ma anche una profonda riflessione sul momento del parto com’è oggi e com’era in passato.

Un tempo ad aiutare le madri c’erano donne come Elena, Maria, Palmira e Gilda, le quattro protagoniste riportate in vita e in azione dalla voce della Musso. Erano persone infaticabili e coraggiose che imparavano l’arte del far nascere i bambini, acquisendo un bagaglio misto di nozioni mediche, empatia, intuito e concretezza. Spesso improvvisavano, fronteggiando situazioni disperate che richiedevano determinatezza e grande esperienza, tutte doti che venivano acquisite nel corso di carriere lunghe una vita.

Il monologo non lesina sui dettagli e rievoca il passato con episodi quasi tangibili. Contemporaneamente esorta il pubblico a prenderlo come pietra di paragone del presente, un tempo dove il momento della nascita ha cambiato volto, forse allontanandosi dai ritmi naturali.

La tesi della Musso si sprigiona infatti nel finale, quando l’attrice torna all’oggi, muovendo critiche ad alcuni dei metodi moderni, che sembrerebbero trattare la nascita come una malattia. L’analisi è spietata, puntellata da percentuali e intervallata da scelte alternative applicate in altri Paesi.

Comunque la si veda, uno spettacolo ben congegnato capace di esplorare aspetti spesso trascurati.

Marco Ragni