Nerone 7

Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, martedì 25 novembre 2014

La cornice di colonne e marmi di una Domus Aurea fuori dal tempo (o forse in ogni tempo), la dissolutezza delle feste patrizie, le riflessioni sul potere che eleva e imprigiona. Tutti elementi che costituiscono l’architettura, scenografica e drammaturgica, di Nerone, duemila anni di calunnie.

I riflettori sono puntati su una figura storica tra le più controverse, un imperatore ambizioso e sfrenato, a cui la Storia imputa crimini quali il Grande Incendio di Roma del 64 d.C.

Una ventina di anni fa, lo scrittore e giornalista Massimo Fini provò a interrogarsi riguardo le reali colpe di questo Nerone, traendone un saggio che Edoardo Sylos Labini ha brillantemente trasposto in pièce teatrale.

Il sipario si apre su un incubo dell’Imperatore che, adagiato su un triclinio, ode gli echi delle accuse che lo accompagneranno ben oltre la morte: “Nerone ha bruciato Roma, ha ucciso la moglie, la madre, il fratello. È l’anticristo. Ama il popolo il pazzo! Ci rovina tutti”.

È il giusto preambolo per accompagnare lo spettatore nel suo viaggio attraverso un’antica Urbe fin troppo simile alla società moderna. Un articolato e arrogante postribolo, dove la depravazione viene ostentata in festini con avvenenti cortigiane (quelle che noi chiameremmo escort) che allietano gli uomini del potere. Quegli stessi uomini che poi si lasciano sfuggire frasi familiari come “il potere logora chi non ce l’ha” o “stai sereno”. Vi ricorda niente tutto questo?

Perché la storia di Nerone è più che mai attuale, come ci rammenta costantemente il moderno Dj set che elettrizza la Domus Aurea, ed è quindi naturale che i protagonisti indossino atteggiamenti contemporanei dietro il nome di chi è morto da millenni. In fondo, forse, siamo tutti degli archetipi.

E Nerone? È lo stesso Labini a farsi carico della sua figura complessa, ora ispirata, ora indolente. Sempre prigioniera di un edonismo artistico e sensuale. Lo fa con una certa abilità, senza cadere in trappole revisionistiche e riuscendo a mostrarne aspetti poco noti.

A fianco del sovrano, la madre Agrippina (Fiorella Rubino) e la moglie Poppea (Dajana Roncione). Le due donne se ne contendono l’amore, la devozione, il controllo e perfino il letto, mentre, tra le ombre del Palazzo, Seneca (Sebastiano Tringali) e gli altri congiurati preparano la sua caduta.

È uno spettacolo visionario e spiazzante, questo Nerone, talmente ricco di spunti da lasciare quasi frastornati. Scenografie e musiche sono sontuose, e non potrebbe essere altrimenti visto che magnificenza e voluttà sono in scena non meno degli attori in carne e ossa.

Labini ha fatto un grande lavoro, puntellato da coraggio e da un’accurata impudenza. Sostegni importanti che, come in questo caso, possono davvero fare la differenza.

Marco Ragni

26 novembre 2014