Paolini

Spettacolo visto al Teatro Sociale di Stradella, giovedì 24 novembre 2016

Inutile negarlo: il rapidissimo processo di crescita tecnologica che permea la nostra vita è una medaglia con facce molto diverse. Se su un lato c’è una grande speranza per le mete che saranno raggiunte, sull’altro è impresso lo spauracchio di un futuro fatto di eccessi aberranti

Da circa un anno Marco Paolini ha iniziato a occuparsi di questo argomento, attraverso un percorso in divenire che si allontana parecchio dai suoi ultimi spettacoli.

La tappa d’inizio del viaggio è Numero Primo, ma è il sottotitolo, Studio per un nuovo album, a chiarire meglio la natura di quello che, a tutti gli effetti, è più un work in progress che uno spettacolo vero e proprio. Di questo è bene tenere conto perché assistere al monologo senza esserne consapevoli può fare emergere una certa delusione nei fan di opere come Vajont o di ITIS Galileo. In Numero Primo non si trovano infatti la completezza e la precisione narrativa che caratterizzano le solite performance del Nostro, si ha invece un senso costante di improvvisazione, amplificato da una serie di sbavature che vanno oltre la piccola dimenticanza.

Protagonisti sono i contrasti. Tanto è sobria ed essenziale la scena, “vestita” solo di una sedia e di uno schermo, dove vengono proiettate scritte e immagini, quanto è articolato e tortuoso l’intreccio, spesso orientato verso una fantasmagoria surreale che si fatica a decifrare.

La prodigiosa arte narratoria dell’attore fa la sua parte, ma non riesce ad oliare perfettamente un meccanismo ancora troppo grezzo per non risultare stridente. Infatti le due ore di spettacolo non scorrono come ci si aspetta, ma alternano fasi fluide ad altre piuttosto stagnanti.

Al termine del monologo troppi interrogativi restano appesi ma, come dirà lo stesso Paolini, la chiusura del sipario non deve essere considerata la fine, perché il racconto continuerà nel prossimo futuro. Attendiamo fiduciosi e certamente un po’ disorientati.

Marco Ragni