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Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, sabato 14 febbraio 2015

Per prima cosa parliamo di Otello, la celeberrima tragedia scritta da Shakespeare. Si tratta di una delle opere più note del Bardo dell’Avon, drammatica storia di intrighi e tradimenti con un luttuoso epilogo che non lascia scampo.

Possibile che una trama tanto atroce possa essere volta in chiave musical-umoristica con sprazzi di cabaret e cafè Chantant? Certo che si, se ci mettono mano gli Oblivion con il loro impeccabile stile.

Già il titolo scelto per lo spettacolo, Othello, la h è muta, lascia trasparire il gusto per la citazione, che nel caso specifico fa il verso al Django di Tarantino.

Da lì in poi è tutto un giocoso delirio, costruito con una tecnica perfetta. Si segue il canovaccio della tragedia originale pur attraverso ampie libertà che vanno dalle incursioni metateatrali alla comicità surreale stile Monty Python.

Sotto gli sguardi attoniti di Shakespeare e Verdi (la cui penultima opera fu proprio Otello), presenti simbolicamente in due grandi ritratti sospesi sulla scena, la genialità iconoclasta degli Oblivion si scatena senza freni per un’ora e mezza, attingendo a piene mani dalla cultura di massa (Casa Vianello, il jingle della Pasta del Capitano), dalla politica (l’Inno di Forza Italia) e naturalmente da un vasto repertorio musicale che, tra mash-up e medley a profusione, viene mirabilmente adattato per raccontare le peripezie del Moro di Venezia. Il risultato è originale e molto accattivante.

Quando cala il sipario i Nostri concedono anche il bis, regalando al pubblico una versione dell’Ave Maria remixata sui pezzi più famosi della Disco Music anni’70. Solo gli Elio e le storie tese, con il loro Born to be Abramo, avevano saputo fare di meglio.

Marco Ragni

16 gennaio 2015