I fratelli Grimm come non li avete mai conosciuti…

PEL DI TOPO 1 - Fabian NegrinNel 2012, in occasione del bicentenario delle fiabe dei fratelli Grimm, è uscito per Donzelli Principessa Pel di Topo e altre quaranta fiabe da scoprire, a cura di Jack Zipes, professore di germanistica ed esperto internazionale del mondo della fiaba. Si tratta di un’antologia di brevi racconti selezionati tra le prime stesure originali di un primo e secondo volume (1812/1815) all’epoca scartati. I due fratelli, a partire da materiali di varia provenienza, recuperati sia da fonti orali che da libri e almanacchi, avevano raccolto un numero impressionante di saghe, leggende e canzoni, e nel corso del quasi mezzo secolo successivo, fino al 1857, anno dell’ultima e corrente edizione, continuarono a trascrivere, rielaborare e selezionare i testi, pubblicandoli in ben sette differenti versioni. Si presume che le fiabe furono in parte adattate, anche nel rispetto dell’impostazione cattolico-puritana, ai valori della borghesia cui i Grimm appartenevano; pertanto le situazioni troppo scabrose vennero eliminate, gli aspetti sessuali celati dietro simbologie e i particolari truculenti depennati, oltre all’aggiunta di qualche lieto fine per ottenere migliore accoglimento da parte del pubblico dei bambini. Un’ampia antologia introduce ai metodi e ai procedimenti grimmiani chiarendone i risvolti, mentre un esaustivo apparato di note completa l’opera. Di fatto, in un momento storico in cui la

Germania, già avvilita dall’invasione napoleonica e divisa in piccoli stati, progettava un’unità nazionale, i Grimm avevano individuato nella lingua e nello studio delle diverse forme di narrativa popolare, un formidabile strumento identitario. Jacob e Wilhelm riconoscevano nella fiaba la più pura espressione della Naturpoesie (contrapposta alla letteratura colta detta Kunstpoesie), di per sé anonima, i cui autori, poco istruiti, in genere analfabeti, annullavano la propria voce individuale per amalgamarla a quella collettiva, manifestando così appieno l’anima dell’intero popolo. L’intento che portò i colti filologi a riscrivere incessantemente i racconti, modificandone anche la struttura, era dunque quello di restituire la tradizione originaria tedesca a grandi e piccoli, piccoli ai quali, dicevano loro stessi, la fiaba popolare non fu mai specialmente destinata, sottolineando inoltre che la morale dei racconti, se presente, nasceva non dai precetti ma dalla forma artistica, perfettamente individuabile dai ragazzi. Agli inizi del 1800, in effetti, la favola, nella quale si concentravano residui di riti antichissimi, non era ancora considerata un passatempo per bambini, ma piuttosto uno strumento d’insegnamento che prelevava ampiamente dall’immaginario e dalle paure ancestrali radicate nell’animo della gente, paure sovente non antropomorfe, riflesso crudele di un’esistenza di rara durezza, condannata alla fatica del sopravvivere, ovvero la povertà, le carestie, la malattia, assidue presenze per i contadini e gli artigiani, quanto per i miserabili e gli indigenti. Ecco perché queste narrazioni sono di una crudezza quasi stilizzata e particolarmente impattante. Re, animali, cocchieri, artigiani, contadini, personaggi significativi per l’ambientazione d’epoca, non sono definiti fisicamente o psicologicamente, ma dalla propria funzione e da qualche minimo dettaglio; ovviamente anche gli antagonisti, il diavolo e la morte i più frequenti, vengono attinti dalle cupe fantasticherie di quel periodo. Inevitabile è il confronto tra le varie versioni della medesima storia, per notarne somiglianze e differenze. Così si scopre che è la madre di Biancaneve, trasformata in seguito in matrigna, a competere con la propria figlia, si viene a conoscenza della gravidanza di Raperonzolo, dei bambini che scannano il compagno giocando al macellaio, e della donna che, resa pazza dalla fame, intende mangiare le figlie. Nelle loro raccolte i Grimm mantengono solo una costante: all’inizio ‘Il principe ranocchio’ e alla fine ‘La chiave d’oro’, che, almeno nella versione del 1812, presenta questa morale: quando si trova la chiave che riapre uno scrigno, la storia non è alla fine ma al suo inizio. Il primo vero narratore è in fondo la fiaba stessa. Muovendosi nel mondo, le storie acquistano elementi propri di ogni cultura (di Cenerentola, ad esempio, esistono più di 600 varianti, incluse quella cinese e iraquena) e, all’insegna di una continua ricerca, passano i secoli e il progresso avanza, eppure molte fiabe rimangono fatte di esplorazioni, oltre mari impossibili da superare, attraverso luoghi sconosciuti e lingue ignote, per arrivare finalmente dove si deve arrivare. Quest’opera, corredata dalle belle e grottesche illustrazioni a colori di Fabian Negrin, sottende in effetti il bisogno senza età di raccontare i casi della vita per interpretarli e possederli, di assimilare una realtà esterna, in continuo, destabilizzante cambiamento, un ‘altro da sé’ che spesso si palesa con avversa e gretta indifferenza. Insomma le favole, dolci o aspre, ruvide o poetiche che siano, raccontano di chi si separa dalle proprie certezze, soffre e affronta con coraggio delle prove, e va ammesso che molti di noi, a qualsiasi età, hanno bisogno di addentrarsi in una foresta misteriosa e di imbattersi in qualcosa che sveli come se ne uscirà.

 

Mila Baiguera

18 giugno 2013