Nel 1975, il regista Miloš Forman prese Qualcuno volò sul nido del cuculo, scritto da Ken Kesey e successivamente adattato per il teatro da Dale Wasserman, e ne fece un film capace di entrare nella storia, grazie anche alla grande interpretazione di Jack Nicholson e Louise Fletcher.

Nel confrontarsi con il mito, qualcuno con meno personalità di Alessandro Gassmann, avrebbe potuto scegliere di ricostruire sul palco uno spettacolo fedele alla pellicola. Invece il regista – che con i miti ha confidenza, essendo figlio di quel Vittorio che non ha certo bisogno di presentazioni – ha preso le distanze sia dal celeberrimo film che dal testo teatrale, spostando la storia nell’Italia del 1982 e ambientandola nel manicomio di Aversa, in provincia di Caserta.

Questa scelta, va da sé, ha aperto le porte a tutta una serie di possibilità nuove, a partire dalla caratterizzazione del protagonista, che qui si chiama Dario Danise: un piccolo delinquente dalla lingua sciolta e dai modi da sbruffone. A interpretarlo è un Daniele Russo in stato di grazia che fa leva sul marcato accento campano e sugli atteggiamenti scapestrati da bulletto di periferia per essere il contraltare perfetto dell’algida Suor Lucia, che Elisabetta Valgoi interpreta con austera crudeltà.

Intorno a loro i pazienti e gli inservienti del manicomio – compreso il gigante catatonico Ramon, cui spetta l’acuto finale – sono principalmente caratteri funzionali a dare risalto al carisma guascone di Dario e alla gelida autorità della suora.

Due ore e quaranta di durata non sono poche ma lo spettacolo ha sempre un buon ritmo e riesce a evitare la monotonia, grazie a toni da commedia che non disturbano l’identità drammatica della storia.

Marco Ragni