Re Lear_M.Placido (1)

Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, sabato 1 novembre 2014

Le opere di Shakespeare specchiano l’animo umano. Forse per questo resistono attraverso i secoli senza perdere smalto. Quando si parla di tragedie come il Re Lear, non pesano i quattro secoli del dramma ne le basi, ancora più lontane, della storia, che affonda le radici nella mitologia britannica. Quello che conta è il contorto aggrovigliarsi di brame e passioni, un doppio intreccio che stringe insieme le trame gemelle e, partendo dall’abdicazione dell’anziano sovrano, racconta una crudele lotta di potere fatta di intrighi, manipolazioni e spargimenti di sangue.

Michele Placido, interprete e regista (quest’ultimo ruolo in tandem con Francesco Manetti), sembra guardare al lontano passato per raccontare il presente, visto che il suo Re Lear pone l’accento sulla fine di un epoca e sul crollo di ogni certezza. In un certo senso è una spietata analisi dell’esistenza umana dove si amalgamano i sentimenti, le tenebre interiori, il senso della perdita e il desiderio di potere.

La decadenza è già tangibile nelle scenografie di Carmelo Giammello, pronte ad accogliere, a sipario aperto, gli spettatori che entrano in sala. Il gigantesco rottame di una corona domina il palcoscenico, allestito come un magazzino in rovina. Non c’è splendore ne lusso, solo la cornice post-industriale che racchiuderà l’intera vicenda.

Il capolavoro del Bardo è adattato con la stessa originalità, mescolando antico e moderno.

Molto dei personaggi è dato dalla loro mimica, dai costumi e dalla stessa fisicità, a partire dalla rappresentazione crepuscolare di Re Lear, monarca stralunato e fragile che Placido rende estremamente reale. Ma il corpo, l’abbigliamento e le movenze hanno grande peso per tutti i ruoli, dal ferino Edmund (Giulio Forges Davanzati), l’ambizioso figlio bastardo di Gloucester, a suo fratello Edgard, che Francesco Bonomo, il migliore in scena, rende martire, pazzo e infine guerriero.

Lo stesso avviene nei personaggi femminili, in paricolare Goneril (Marta Nuti) e Regan (Maria Chiara Augenti), che col passare del tempo lasciano gli abiti aristocratici per passare a bustini in pelle e tacchi alti. Due principesse voraci e “dressed to kill”, femme fatale dalle pose aggressive e dominanti che stringono con Edmund un tagliente gioco di seduzione.

Tanta fisicità non può infatti che deflagrare quando scendono in campo le passioni più forti. E qui Placido e Manetti non hanno paura di osare, mettendo in scena la carnalità delle tentazioni, e le pulsioni sessuali più schiette, per raccontare, senza sconti, gli amplessi del potere.

Le due ore e mezzo di spettacolo quasi non si sentono, portate via da scene incalzanti e interpretazioni piene di vigore.

Una rilettura in chiave moderna audace e creativa. Non lascia indifferenti.

Marco Ragni

3 novembre 2014