Spettacolo visto a Teatro Fraschini di Pavia, martedì 26 novembre 2019

Quella dei morti in mare è una tragedia di cui si sa poco, sepolta com’è sotto strati troppo spessi di demagogia politica. È una brutta storia che immaginiamo fatta di numeri, di vicissitudini lontane. La realtà viene deformata per convenienza e la fuga dagli orrori diventa “invasione”. Qualcosa di alieno. Distante. Altro.

Ma un conto è sentirne parlare, un altro e vederlo coi propri occhi. Ad assistere a certe cose si rischia di rimanere senza parole, come è successo a Davide Enia quando, appena arrivato a Lampedusa, si è trovato di fronte a uno sbarco.

Per uno scrittore, va da sé, le parole sono indispensabili come l’ossigeno, così il drammaturgo palermitano ha superato rapidamente lo sgomento e ha cominciato a fare il suo lavoro, respirando a pieni polmoni quell’aria disperata. Ad ogni boccata si metteva dentro una storia da raccontare,

come quella di un sommozzatore che, dopo aver ribadito la sua inclinazione politica – “Io non sono di sinistra, anzi, tutt’altro, proprio l’opposto” – ha raccontato tra le lacrime che “In mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare”

Sono testimonianze come questa che hanno composto il libro Appunti di un naufragio, poi diventato un monologo dal nome ancora più potente: l’Abisso.

È un titolo intenso, quello scelto per l’allestimento teatrale, perché rende bene la profondità formidabile della sua esperienza. Esprime in una sola parola l’insondabilità delle emozioni di un soccorritore, lo sconfinato baratro di paura da cui fuggono i disperati e, non ultima, l’incapacità di noi profani di cogliere la portata della tragedia.

E siccome le parole non bastano per raccontare l’Abisso, Enia si lascia aiutare dai gesti, come farebbe un mago che accompagna con le mani il suo incantesimo. La sua esuberante gestualità, che in un primo momento lascia quasi spaesati, diventa subito indispensabile per dare energia al racconto. Traiettorie disegnate dalle dita ci ipnotizzano e ci portano sulle banchine di Lampedusa e in mezzo ai flutti arrabbiati. Ci fanno sentire lì, non più distanti ma partecipi di qualcosa che avviene in un confine liquido tra vita e morte.

È una storia, quella di Enia, che mischia la grande tragedia con un lutto privato, altra scelta forte, che apre la strada a un empatia che è patrimonio umano, come è patrimonio umano la pietà che porta a salvare i vivi e seppellire i morti.

Coinvolgente ed emozionante, lo spettacolo non scade mai nella retorica, e riesce anche ad offrire al pubblico vividi raggi di leggerezza. Il doppio finale si chiude con una standing ovation per l’autore, per il suo coraggio e per le parole che, infine, è riuscito a dire.

Marco Ragni