se_niente_importa

E’ da tempo che mi faccio domande sull’etica dell’allevamento intensivo.

Non è sempre stato così. Il mio primo (inconscio) approccio con l’argomento è stato 25 anni fa, quando visitai l’allevamento di vacche da latte della famiglia della mia amica Nicoletta. Ero una ragazzina e per la prima volta abitavo in campagna e potevo vedere con i miei occhi l’origine di quello che, ai cittadini, appare direttamente come un buon liquido bianco in un tetra pak, da prendere nei banchi frigo dei supermercati.

Nico mi accompagnava tra i recinti: « qui ci sono le manze mi spiegava – queste invece stanno per partorire, queste altre producono il latte» .

Qualcosa già frullava nei miei pensieri. I conti non tornavano. In un altro spazio c’era la sala mungitura e poi c’erano dei box singoli coi vitellini a cui veniva somministrato del latte in polvere. Le femmine, una volta cresciute, sarebbero rimaste in allevamento e avrebbero prodotto latte a loro volta come le mamme. I vitelli maschi invece…beh…non serve molta immaginazione per capire che fine avrebbero fatto. Finito il giro la domanda mi venne spontanea: « Se sono tutte femmine, come fanno ad esserci mucche incinte?» e lei candidamente mi rispose: « Ci pensa mio papà!». Per molto tempo ebbi una’idea distorta della virilità di quell’uomo.

L’aneddoto è sicuramente buffo, quel che invece non è buffo è che il vitellino/a venga allontanato dalla mamma subito dopo la nascita e isolato in un box, che la mancanza di pascoli costringa le mucche a camminare sugli escrementi e le predisponga a patologie podali, che la selezione genetica abbia spinto la produzione in modo tale da avere picchi di lattazione con oltre 40 litri al giorno e che, per poterci riuscire, le frisone (razza da latte diffusa in Pianura Padana) non siano più in grado di nutrirsi in modo naturale, con conseguenti malattie che spesso richiedono interventi chirurgici per riparare i danni di una alimentazione che prevede enormi quantità di concentrati (mangime).

Questo lungo preamboloe mi è necessario per introdurre il libro che Jonathan Safran Foer ha scritto sull’allevamento intensivo. Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (ed.Guanda)  è un saggio fatto di pensieri, di storie e di interviste che fa riflettere sul benessere animale e sul modo in cui l’uomo ha sopraffato le bestie, tradendole, fino a trattarle come cose. Nei vari capitoli il lettore viene a conoscenza del modo impietoso in cui vengono allevati polli, galline ovaiole, tacchini e maiali. Le descrizioni sono senza scrupoli come lo sono i trattamenti riservati agli animali negli allevamenti intensivi. Un realtà a lungo ignorata scende come uno schiaffo e non può che risvegliarci da un torpore che dura da anni. Contrariamente a quanto si può pensare non è un testo che condanna l’onnivoro – anche se lo scrittore è vegetariano – ma che punta il dito su un certo tipo di allevamento, che non tiene conto del dolore, della malattia, della noia e della sofferenza.

Foer è convinto che la conoscenza dei dettagli sia stata opportunamente nascosta al consumatore che non potrebbe accettare di alimentare consapevolmente questo tipo di business. Quest’ultimo è forse l’unico punto su cui non mi trovo d’accordo con lo scrittore.

I dettagli sui metodi di allevamento e produzione industriale mi sono stati approfonditamente spiegati, illustrati e fatti vedere sul campo prima alla scuola agraria e poi nel corso di laurea in medicina veterinaria. Sapevo tutto. La scienza applicata per spingere gli animali a produrre sempre di più era sbalorditiva e la naturalezza con cui veniva raccontata a lezione non destava in me alcun segno di ribellione… o quasi…

Una volta laureata non riuscivo a pensare di lavorare nel settore degli animali da reddito. In fin dei conti avevo deciso di fare la veterinaria perchè amavo gli animali. Lavorare a fianco di creature che sarebbero state sfruttate, animali senza identità, mi avrebbe intristita e così mi sono semplicemente voltata dall’altra parte.

Ma io sapevo benissimo.

Sapevo benissimo. Stavo bene perchè non li avevo più sott’occhio.

Sapevo benissimo e questo sapere mi ha lavorato dentro con una lentezza che ora mi sembra incredibile.

Sapevo benissimo e, come chi cerca di mettere insieme le cose, ho deciso di prendere in mano questo libro per sentirmi dire, con altre parole, quel che già avevo sentito e che, diamine, sapevo benissimo.

Così ora nella mia testa si scontrano termini come razionamento e sofferenza, incremento ponderale giornaliero e malattia, metabolismo spinto e paura, reddito e dolore.

Non fare niente è già una scelta. Se sceglierete di informarvi e di leggere Se niente importa avrete l’opportunità di decidere più lucidamente da che parte stare. L’altrnativa è chiudere gli occhi su tutto questo.

Maia Fiorelli