Anatomia musicale degli italiani in uno spettacolo a due facce

 Può uno spettacolo avere due facce? Assolutamente si. “Sorelle d’Italia”, appuntamento d’apertura della Stagione di Prosa del Fraschini di Pavia, ha mostrato un dualismo intrinseco che ne ha determinato tanto gli aspetti positivi quanto quelli negativi. Un vero peccato perché se si fosse evitata una sterzata di grottesco buonismo nella seconda parte, la sua duplice natura avrebbe regalato al pubblico un’esperienza brillante e di rara lucidità.

L’idea alle fondamenta, quella dello spettacolo nello spettacolo, è di per sé ottima.

La milanese Veronica Pivetti e la napoletana Isa Danieli incarnano due attrici ingaggiate per rappresentare un improbabile show per il 150 anniversario dell’Unità d’Italia. Le due protagoniste appaiono da subito tutt’altro che entusiaste: il copione dell’opera fittizia è brutto, frutto di una marchetta politica e pregno della più banale retorica patriottica.

Ma l’Italia, lo sanno tutti, non è quella che vorrebbero certi aneddoti risorgimentali, si tratta invece di un paese complesso, dai pregi eterogenei e dagli impeti più campanilistici che nazionalistici.

Così le due attrici, muovendosi in un palco douple-face che mostra al pubblico tanto il proscenio quanto il “dietro le quinte”, fanno buon viso a cattivo gioco. in un asse di battibecchi che ha come terminali la metropoli meneghina e quella partenopea.

Vizi privati e pubbliche virtù di nord e sud della Stivale prendono forma in un avanspettacolo di grande intelligenza, dove le canzoni sottolineano, leggere ma puntuali, quel mosaico culturale e sentimentale che è l’Italia.

Funziona tutto benissimo fino alla seconda parte dove subentra l’idea di una distopia esagerata ed estranea ai toni precedentemente usati.

Quando si riapre il sipario il tempo è infatti scivolato in avanti di mezzo secolo, fino a un 2061 che vede la Penisola divisa a metà, il nord trasformato in un califfato mediorientale e il sud in una colonia tedesca.

Svanisce così l’ironia pungente e acuta della prima parte, sostituita da un umorismo a grana grossa, dove i luoghi comuni vengono estremizzati a esclusivo vantaggio di un finale “politicamente corretto”…almeno da un punto di vista tricolore. Un vero peccato.

Marco Ragni

22 ottobre 2012

Voto: 6

Positivo: in scena due interpreti brillanti ed espressive

Negativo: il “declino” nel finale altera uno spettacolo altrimenti perfetto