Viaggio in periferia tra luci del passato e ombre del presente

Non c’è nessun vero motivo per cui un turista debba finire a Sourdeaux, se non per conoscere uno spaccato realistico di Buenos Aires.
Sordeaux è un quartiere povero, al km 30 della ferrovìa che parte da Retiro. La zona è priva della benché minima attrattiva, ma io avevo bisogno di vederla perché da piccina, quando avevo otto anni, passai in quel barrio uno degli anni più felici della mia infanzia.
Ai tempi i miei genitori vi avevano affittato una casa molto bella e grande, con un giardino gigante pieno di alberi da frutto e di fiori.
In un angolo del giardino, riparato dall’alta siepe, passavo le ore aggrappata al ramo forte di un seibo dai fiori rossi come il sangue e fantasticavo di primi amori e di quando sarei diventata grande e saggia. Nella mia immaginazione avrei fatto la veterinaria e avrei curato gli elefanti e finalmente le cose sarebbero andate nel modo giusto. Sapete, ai bambini non è permesso di decidere molto…
Qualche volta scoppiava un temporale e io camminavo scalza sul prato di trifoglio e sognavo di essere una principessa dei fiori e dei prati, con le dita sulle morbide foglioline inzuppate ed il fango fresco.
Di fronte a casa c’era una baraccopoli. Ce n’erano tante alla periferia di Buenos Aires allora ed erano molto vicine, tanto che non facevano quasi nessuna impressione. Erano normali.
In una di quelle casette, nate in riva ad un canale da cui prendere l’acqua per le pulizie (ma da usare anche come fogna), viveva Ester, una bambina di sette anni, con la sua famiglia. I suoi fratellini erano Miguel, il più piccino (cinque anni) e Juan che ne aveva dodici e quindi era pronto per andare a lavorare col suo papà. Il padre di Ester aveva la faccia arata a terra e gli occhi di una triste consapevolezza. Forse qualcosa sarebbe cambiata, forse Miguel sarebbe andato a scuola. Chissà…
Dopo più di venticinque anni ero molto emozionata all’idea di rivedere la mia casina dei sogni, quella dove per la prima volta non dovevo aspettare che mi si portasse al parco per poter godere di un po’ di verde. Pensavo che magari avrei suonato il campanello e mi sarei presentata e avrei bevuto un mate con i suoi nuovi abitanti. E poi avrei riaccarezzato il nespolo, il noce, i fichi, l’eucalipto.
Forse ci sarebbe stato ancora il piccolo prato di trifoglio morbido e, ovviamente, il mio seibo in fiore.
Ma la povertà aveva corroso Sourdeaux con la sua ruggine, inglobandone ogni giardino grazioso che c’era a quei tempi. Sulle strade solo bambini sporchi e cani randagi. La baraccopoli sul canale era diventata più fitta e quasi non c’era acqua. L’olezzo di miseria entrava dal naso e si aggrappava al cuore.
La casa dove ero stata felice era stata lasciata a se stessa e mezza diroccata. Non c’erano più alberi, ne prato, ne fiori, e il mio seibo probabilmente era stato fatto ardere tanti anni prima.
Ad accentuare la tragedia dei miei sogni infranti due cani randagi copulavano in quello che una volta era stato il mio giardino, in un angolo in cui ricordavo di aver visto mia sorella piccina correre e ridere. Tutto era molto lontano, da qualche parte nei giorni di ieri.
Ho pianto e poi siamo andati via, ritornando nel presente.

Voto: 10
Positivo: spesso la facciata turistica non coincide con la realtà di una nazione o di una città. Vedere tutto non è divertente, ma è importante per avere la consapevolezza di ciò che sta dietro e che a volte fa fatica a nascondersi.
Negativo: Ho trovato una situazione ancora più povera di quella che già conoscevo.

Maia Fiorelli

20 Marzo 2012

sourdeaux

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