Il nuovo album “Breathe” è un sinuoso viaggio in terre inesplorate

I più attenti di voi, o magari i più curiosi, avranno notato che, da un po’ di anni a questa parte, si vedono sempre più spesso film, collezioni di moda e oggetti ricchi di ingranaggi e tubi metallici.

Chiari esempi sono riscontrabili nel film Hugo Cabret ma anche nelle collezioni di Gucci, Prada e Givenchy.

Questo particolare stile è chiamato Steampunk e, sebbene non sia questo il luogo più adatto a discuterne in maniera approfondita (se volete saperne di più Wikipedia può aiutarvi), vi posso garantire che quest’anno ne sentirete molto parlare.

Quando un genere, infatti, si fa largo dalla nicchia e raggiunge una portata mainstram, si assiste alla super diffusione dello stesso. Almeno fino a che non si consuma come una falena che si dirige verso un morte quasi certa.

Prima che questo accada capita però che alcuni fortunati possano cogliere i frutti del fenomeno ed è quindi possibile che, dopo anni di attività, un gruppo italiano più che apprezzato all’estero riesca, proprio grazie ai capricci della moda, a essere finalmente conosciuto dal grande pubblico di casa.

Inutile dirlo, sebbene si dica che nessuno è profeta in patria è sempre triste scoprirsi poco noti in terra natia, specialmente per una band che è stata finalista per quattro volte all’Hollywood Music in Media Awards. Ben vangano allora nuovi spiragli di visibilità, soprattutto per chi li merita.

E The Wimshurst’s Machine, formazione canavesana che, ormai da dieci anni, calca le scene della musica new age e ambient, li merita eccome!

La loro essenza Steampunk è evidente per diversi motivi. In primo luogo per il loro nome, preso in prestito dal primo generatore elettrico mai costruito e, in secondo luogo, per l’aspetto che sfoggiano, immancabilmente legato a questo stile tecnologico-anacronistico.

Con una serie di outfit che sembrano presi dai romanzi di Jules Verne, questi talentuosissimi musicisti sono veri baluardi del vapore, ve lo dico io! La loro ultima creazione, intitolata Breathe, raccoglie in sedici tracce l’esperienza maturata dal gruppo nel corso degli anni. Al suo interno potrete trovare atmosfere irlandesi e sonorità che rimandano ad un’oriente misterioso, unite per creare pezzi unici e senza tempo. La stessa Tokyo Rains, brano che è in nomination come miglior pezzo new age/ambient nella competizione di cui sopra – grazie alla collaborazione del bravissimo Corrado Rossi al piano – vi condurrà attraverso terre inesplorate e mondi sconosciuti.

Breathe è insomma un album da gustare in ogni momento possibile, per riflettere, fuggire o semplicemente per ascoltare un po’ di buona musica.

 

Roberto Cera

6 marzo 2013

 

Voto: 7.5

Positivo: Un album piacevole che soddisfa i gusti più semplici e i palati più raffinati

Negativo: L’ascolto può risultare un po’ arduo se non si è avvezzi al genere

 

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