Piccole e grandi meraviglie della quotidianità

Intervistato al Festival della Letteratura di Mantova, Paolo Nori dice: “Ci sono due modi di stare, di affrontare il pubblico: uno è di spiegare e l’altro è di raccontare. Quelli che raccontano è perché non capiscono; cioè, se ti succede una cosa che non hai capito e ti ha messo in una condizione ridicola, lì salta fuori un racconto. Io ho appena cominciato una raccolta di brutte figure…, mi sono ricordato una cosa che c’era in un primo libro di Tiziano Scarpa, ‘Occhi sulla graticola’, dove c’era uno che faceva la tesi sulle brutte figure in Dostoevskij (c’è pieno di brutte figure in Dostoevskij!). Il fatto di rendere interessanti le brutte figure è fare il ‘buffone’, non porsi come quello che ti spiega il mondo. Io ho passato la mia giovinezza in un bar alla periferia di Parma, in quel bar lì, se veniva uno che ti diceva che aveva capito tutto, tu lo facevi sedere, gli dicevi, magari: “ Prendi un caffè…”, cioè lo calmavi. Se ti arrivava uno che diceva: “M’è successa una cosa incredibile!”, ti mettevi lì ad ascoltare. Forse alcuni ‘buffoni’ in letteratura sono interessanti perché hanno una disposizione naturale a raccontare, non a spiegare, non a far vedere che loro han capito, ma a raccontare il mistero che forse c’hanno dentro un po’ tutti. A me succede tutti giorni di non capire. Capire è un momento stranissimo. Si capisce e poi, di solito, succede che si dimentica. Altri momenti che mi piacciono molto sono quelli in cui pensi d’aver capito e invece…

Nel suo primo libro per ragazzi “Tredici favole belle e una brutta” (Ed. Rizzoli) lo scrittore Paolo Nori raccoglie i quattordici racconti che la figlia ha, per prima, ascoltato e preferito.

Le storie, ambientate tra Casalecchio di Reno e Bologna, si muovono, appunto, nella dimensione della provincia, dove il mondo viene guardato da una prospettiva ingenua e tenera, con la confidenza antica dello stare in comunità. I protagonisti sono bambine e bambini, complici della magia nascosta dietro i gesti del consueto, che si relazionano con gli episodi straordinari che accadono loro durante, ad esempio, un’abituale partita di pallone o un pasto a base di trippa. Così si conoscono, fra gli altri: Luisella che ha un padre distratto; Mirco alle prese con la temporanea sostituzione del suo cervello, Neraneve e i sette giganti; Aurelio, mentre coglie l’essenza dello scolapasta; Piera, che somiglia a Čičikov da piccolo (‘Le anime morte”, Gogol) e che risponde sempre di no; il polipo bacione di Ester; Valerio e il suo bis-bis-bisnonno. Di queste storie i bambini difficilmente si stancheranno, perché vanno dirette al loro inconscio, a risuonare nei loro sentimenti e a chiarire le loro emozioni, ad incontrare ansie e paure, a suggerire loro possibili soluzioni per superare, come piccoli eroi, le prove imposte dalla vita. I disegni di Yocci, collaboratrice di Internazionale, accentuano l’allegria e la comicità del testo, mentre il paesaggio in cui si viene introdotti è quello di una realtà poco differenziata, dalle sfaccettature spesso complicate, narrata, però, con la capacità di proiettare una sorta di rassicurazione: grazie ad aiuti provvidenziali, con l’autonomia della propria personalità, i piccoli potranno crescere conquistando autonomia e sorriso. In costante dialogo col lettore, si espande ovunque una fantasia coinvolgente, puntualizzata dall’esagerazione, piena di libero significato, ricamata da illimitati spunti interpretativi. I bimbi apprezzeranno il gusto per la ripetizione che diventa quasi una filastrocca, che perde via via di senso, ma acquista in musicalità. Queste favole comiche e delicate vengono esposte con singolare acutezza, mista a una curiosità leggera e imprevedibile, che diverte decisamente anche l’adulto. Viene inoltre fatto omaggio all’impareggiabile Gianni Rodari, del quale viene interamente riportato un racconto. Un’utile specifica sul linguaggio di Paolo Nori, ovvero ‘lo scriver parlato’: (eccetto nelle eccellenti traduzioni dal russo di Puškin, Turgenev, Charms, frutto di un’abile fusione tra doverosa precisione e rispetto dei contenuti) Nori applica la sua personale modalità espressiva in tutti i suoi scritti. Forse per una disposizione d’animo, per ricerca dell’autentico, del diretto, forse per insofferenza verso la rigidità del canone, lo scrittore usa anche qui il suo stile, fatto di intrusioni-incursioni di un pensiero in un altro, col timbro di chi scrive pensando già alla lettura ad alta voce. ‘Tredici favole belle e una brutta’ è infatti una lettura da condividere ad alta voce con un bambino, meglio se dosata ad una favola a sera, per gradirne le potenzialità.

E la favola brutta? “Trovala tu, quella che ti sembra brutta”-suggerisce Nori nell’ultima pagina- “e poi scrivimi presso la casa editrice. Io in cambio ti manderò una cosa, ma piccola, perché qui di cose grandi non ce ne sono.

Mila Baiguera

21 novembre 2012

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