Spettacolo visto al Teatro Fraschini di Pavia, venerdì 1 marzo 2019

Intimità, percezioni e flussi di pensieri riempiono lo spazio minimale della scena, allestita come un’asettica stanza d’ospedale, con un tavolo disadorno, due sedie e uno schermo che ospiterà per tutto il tempo le immagini dello spazio e dei pianeti. L’infinitamente grande dell’universo e l’inifinitamente piccolo del più intimo male di vivere si uniscono così in un imponente flusso di pensieri, un diluvio mentale che Lucia Calamaro rovescia in quell’apocalisse privata che è Urania d’Agosto, opera firmata da Davide Iodice.

Nonostante duri meno di un’ora, lo spettacolo ha la densità delle riflessioni più profonde e sembra quasi indipendente dal tempo, proprio come lo sono certe sensazioni notturne.

È del resto crepuscolare il monologo della protagonista, che con impeto alieno confonde essere e non essere, realtà e fantasia, fluttuando con la mente in una dimensione interiore che è proprio quella di un cosmo personale.

Perché non esiste nulla, solo l’intelletto e gli anni della vecchiaia, quando il corpo decade, si avviano al naufragio dei ricordi e dei fantasmi, che sono spiriti di una solitudine inesprimibile. Così, per raccontarne, resta una sola strada, quella che porta a scandagliare i più profondi abissi dell’anima. Un percorso dal quale non si può che uscire trasformati.